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Un potere orribile e corrotto

Laploshka era uno degli uomini più malvagi che abbia mai incontrato, e probabilmente uno dei più divertenti. Diceva cose orribili sulle persone, ma in maniera così affascinante che lo perdonavamo per le cose altrettanto orribili che diceva su di noi alle nostre spalle. Chi ha in odio i pettegolezzi maligni prova sempre gratitudine verso chi li racconta al posto suo, e bene. E Laploshka in questo eccelleva.

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Buona fine e miglior principio

Come da un po’ di tempo a questa parte (due anni, mi sa), ecco l’elenco delle mie letture preferite dell’anno, accompagnate da un paio di riflessioni che, naturalmente, lasciano il tempo che trovano.

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Ciò che ci aspettiamo da noi stessi costituisce la nostra salvezza.

Che cos’è dunque la personalità che riscontriamo in coloro che pensiamo di amare? Vi dirò anche questo: è uno schema di atteggiamenti che sono espressi in certi schemi di linguaggio che riconosciamo perché siamo abituati a essi, potremmo dire che ne siamo condizionati, per essere tecnici, essendo gli atteggiamenti una barriera per proteggere queste persone e noi stessi davanti all’infinito. Il caos originale.

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La verità è sempre una pazzia. La verità bisogna urlarla forte.

L’estetica accampa, nei confronti degli artisti, pretese di giorno in giorno crescenti, i critici richiedono obbligatoriamente quella stessa perfezione che suppongono di trovare nei classici: un attimo di presunto cedimento, e già l’artista cade in disgrazia. Si alimenta così un clima che favorisce lo studio della letteratura, non però la creazione letteraria. Che deve fare l’artista per sopravvivere in un mondo acculturato, un mondo di eruditi? È una domanda che mi tormenta, alla quale non ho ancora trovato risposta. Forse sarebbe meglio scrivere gialli, e produrre arte là dove nessuno se l’aspetta. La letteratura deve farsi sempre più leggera fino a non pesare niente sulla bilancia della critica letteraria odierna: solo così potrà di nuovo avere peso.
(Le scintille del pensiero – Fredrich Dürrenmatt)

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Firenze è una città di mare

Ne La luna e sei soldi, William Somerset Maugham, all’interno della vicenda principale, racconta la storia di un medico che ha lasciato una carriera riuscita e prestigiosa a Londra per esercitare la professione nei bassifondi indiani. Nello sconcerto dei suoi ex pari, quello che emerge dal racconto è che il dottore ha trovato in India un posto che sentiva suo, che sentiva affine alle sue più profonde ambizioni, che lui stesso ignorava. Il succo della vicenda, che si allarga anche alla storia principale, è che ci sono dei luoghi dell’anima che hanno una personalità propria, e che riconoscono le persone che rispecchiano la loro indole, e le trattano da pari a pari, con ruvidezza e cordialità, creando una sorta di magia inspiegabile ai più.

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Spade e coltelli

È da qualche giorno che sto cercando un modo di esternare al mondo la mia profonda delusione sulla settima serie del Trono di Spade, cercando di collocarla in un contesto più specifico del generico “colpa del fanservice”, o “troppi draghi e poco sesso/morti illustri”, o “è diventata prevedibile”, o “è scritta sempre più con i piedi”, o (e qui si va sul personale) “mi hanno lobotomizzato Ditocorto e poi me lo hanno fatto fuori nella maniera più indecorosa immaginabile”. Cose che sono vere, ma non sono la causa profonda e autentica del mio disamore, che ha cominciato a manifestarsi verso la quinta stagione, per poi svilupparsi nella sesta (che ho visto a pezzi e bocconi) ed esplodere in questa settima, il cui andazzo non mi fa ben sperare per una chiusura di serie decente.
O, almeno, decente secondo i miei standard.

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Poveracci loro, tutto sommato

Il ricordo più significativo delle stagioni che ho fatto in libreria è quello di una signora che, a causa di un problema con il pos, aveva dovuto aspettare un paio minuti prima di poter pagare i suoi acquisti, e che aveva commentato: “Qui c’è da fare la fila per ogni cosa, come nei campi di prigionia”.
Ogni volta che ci ripenso, quello che mi lascia perplessa non è tanto la sproporzione tra il problema e l’esternazione della donna (e la sua profonda idiozia, ma questo va da sé), quanto piuttosto il dare ogni servizio o agio per scontato, la sicurezza che le cose debbano sempre andare in una certa maniera (perché si è in vacanza in una località di lusso? Perché si è nati nella parte giusta del pianeta? Perché si è ricchi?) e che ogni intoppo sia percepito come un torto, una minaccia a uno stato di benessere che non deve essere incrinato.
Perché la signora era davvero turbata dal fatto che la linea del pos fosse saltata, che la persona davanti a lei avesse dovuto ripetere l’operazione e che lei avesse dovuto aspettare.

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Gli elementi nel mio cerchio sono cerchi a loro volta

Ci sono quei momenti nella vita in cui devi darti una spiegazione. Sono momenti che non sempre coincidono con un evento in qualche modo traumatico, ma che il più delle volte arrivano quando il momento di crisi dovrebbe essere bello che superato. E forse è per questo che quei momenti danno sui nervi: perché ti sei illuso che, diamine, hai superato la crisi, che sei stato bravissimo e che è andata molto meno peggio di quanto pensassi.
Il problema è che i momenti di crisi sono come i pestaggi: lì per lì si è troppo presi dal panico per prenderne atto sul serio, e il dolore arriva qualche tempo dopo aver ricevuto il colpo. Di fatto, si confonde il superamento della crisi con lo smaltimento dello shock iniziale nei confronti di ciò che l’ha provocata. Ti sei armato (o, almeno, sei diventato consapevole delle tue armi), ma sei ben lontano dall’aver affrontato la battaglia.

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Ma sai veramente qual’è il miglior modo per vivere la propria vita?

La fine di Edward Barnard e Rosso, i due racconti di Maugham che compongono Ritorno all’Isola (Passigli Editori),  appartengono a quel gruppo di opere che io chiamo Le Parabole del Maugham-Pensiero.

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Tutto diventa narrazione

Il ruolo del dungeon master è far accadere la cosa giusta e quello dei dadi legittimarlo, non viceversa.

L’elemento più interessante di La stanza profonda, romanzo di Vanni Santoni edito da Laterza, è l’ipotesi del gioco di ruolo come avanguardia, che solo in seguito (forse) viene riconosciuta come sistema culturale. Ovviamente condivido: la cultura, intesa come coltivazione di sé, non può prescindere una certa (notevole) componente ludica, una simulazione, un rischio, una proposta immaginativa a circostanze reali.
Il master, colui che gestisce il gioco, che lo crea, e che eventualmente ne sancisce l’esaurimento (e che nel caso de La stanza profonda ne fa anche l’autopsia) da origine agli eventi, esattamente come l’artista, o l’intellettuale, plasma un dato sentire culturale che solo poi viene confermato dai fatti.