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A questo mondo non si capisce nulla. Riflessioni dopo una maratona di Solondz

Qualche giorno fa ho letto che Todd Solondz sta realizzando il quasi-sequel di uno dei miei film preferiti di sempre, Welcome to the Dollhouse, che si intitolerà Wiener-Dog, che probabilmente neanche sarà distribuito nelle sale italiane.

Una delle prime cose che ho fatto, una volta preso confidenza con lo streaming, è stata andarmi a cercare tutti i film di Solondz che non ho potuto vedere prima, ovvero Palindroms, Life during the War Time (a sua volta quasi-sequel dell’immenso Happiness), Storytelling (spettacolare, soprattutto nel primo brevissimo episodio che rasenta il capolavoro, Fiction) e Dark Horse; insomma mi è rimasto fuori solamente il film d’esordio, dall’allettante titolo Fear, Anxiety & Depression e poi ho visto tutto (onestamente dubito di riuscire a recuperare i corti, ma non demordo).

Se leggete le recensioni riguardanti i film di Solondz gli aggettivi che troverete ripetuti più spesso sono: cattivo, sgradevole, sarcastico, disturbante, cinico e scomodo.
Personalmente concordo solo sugli ultimi due, riguardo agli altri ci sarebbe molto ma molto da discutere.

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Futuribili

Qualche sera fa ho finito Il Cerchio, di Dave Eggers, romanzone abbastanza godibile (me lo sono letto in un paio di giorni, trovate il commento qui, se vi interessa); immediatamente prima di questo, ho letto Zero History di William Gibson (carino, a breve commento sempre su Anobii), ancora prima Sottomissione di Houellebecq e ancora prima Annientamento di Vandermeer (assolutamente meraviglioso – e oggi attaccherò il seguito, Autorità).
Insomma, mi sono fatta una bella scorpacciata di distopie e apocalissi (anche solo metaforiche), alternandole con Come Funziona la Musica di David Byrne, che mi sto centellinando perché tanta bellezza e tanta intelligenza possono fare male se prese tutte insieme.
Sul serio, David Byrne da solo alza la media dell’umanità di tre punti: è galvanizzante, sperimentatore, curioso, audace, divertito e divertente, insomma meraviglioso.

Tornando alle distopie, secondo me il loro bello è che raramente la catastrofe annunciata si rivela profetica, o, meglio, quasi mai questo accade nelle modalità narrate da chi scrive: nella mia esperienza di lettrice (e osservatrice) sono altre le cose più insidiose, che possono portare a risultati abbastanza inquietanti in maniera molto meno plateale.
Parliamo de Il Cerchio.

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La Deplorevole Categoria

C’è chi legge per istruirsi, ed è cosa encomiabile, e chi legge per diletto, ed è cosa innocua; ma altri, e non sono pochi, leggono perché non possono farne a meno, e direi che ciò non è innocuo né encomiabile. Io faccio parte di questa deplorevole categoria. Dopo un po’ le conversazioni mi annoiano, le partite mi stancano, e i pensieri, spesso decantati come l’inesauribile risorsa della persona assennata, tendono a inaridirsi. Allora mi lancio sui libri come l’oppiomane sulla pipa
(W. S. Maugham)

Personalmente sono molto scettica nei confronti di chi descrive le persone che leggono come persone che abbiano un più in qualcosa rispetto ad altre che non lo fanno, pertanto ho letto questo pezzo di Annamaria Testa con una certa diffidenza.
In soldoni, l’articolo dice che i lettori di romanzi hanno un cervello strutturato in maniera più empatica, più pronto a comprendere le ragioni altrui e sono più socialmente competenti, almeno secondo tutta una serie di studi; il tutto è ovviamente più accentuato nei cultori della buona letteratura, mentre il romanzo d’intrattenimento, più standardizzato e incentrato sull’incalzare delle vicende, sarebbe valido solo per una sveltina narrativa (personalmente, a tal fine preferisco un telefilm, comunque, ma credo che il discorso sarebbe complicato. Magari ci tornerò su).

Onestamente non so se concordo: se i libri mi hanno insegnato una cosa, credo che questa sia, sostanzialmente, il prendere la vita meno sul personale, o almeno provarci.

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Amour fou

Una rosa, è una rosa, è una rosa.
(Gertrude Stein)

Sebbene mi sia ripromessa di non scrivere commenti su opere specifiche qui sul blog ma di riservarle tutte ad Anobii, eccomi a contraddirmi (ma le idee sono fatte per essere cambiate) e a parlarvi del mio primo entusiasmante incontro con Willa Cather.

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In me mago agere

In questi giorni niente di che, solo che mi sono divertita da morire con Pinterest e Instagram (e vabbe’, ho finito di leggere Sottomissione, che ho commentato, al solito, qui) .
Secondo me i social d’immagini sono tanta roba perché educano la mente a cercare e condividere il bello, pratica ancora non troppo coltivata, secondo me, nei social più propriamente detti; ovviamente il pericolo di cadere nel narcisismo c’è, ed è alto, ma l’umanità si è macchiata di peccati ben più gravi di un selfie, alla fine, e quindi anche chissene :-).

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Finché morte non ci separi

Le Correzioni parla, in sostanza, di una famiglia che vorrebbe (più o meno) riunirsi per Natale prima che il capofamiglia finisca in preda a un Parkinson che si preannuncia devastante.
La riunione c’è, per molti versi si rivela un disastro, poi il padre si ammala e muore; gli altri o vanno avanti con la loro vita o se ne costruiscono una.
Ora, se volete sapere cosa penso del romanzo leggete qui; in questa sede, invece, vorrei parlare di un qualcosa che mi ha particolarmente colpito nel romanzo ma che, per molti versi, esula da esso.

Il fatto è che Le Correzioni si avvicina a rispecchiare la mia idea di istituzione matrimoniale a livelli che solo Martha di Fassbinder, prima di adesso, era riuscito a raggiungere.
E poi, secondo me, entrambe le opere si potrebbero legare per un discorso sul legame “affettivo” (non so quanto il termine sia adatto nei contesti di cui andrò a parlare) borghese come appropriazione/gestione del corpo altrui.
Mi spiego.