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L’Orco. Storia di un figlio.

Carissimo padre,
di recente mi hai domandato perché mai sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.
(Franz Kafka – Lettera al Padre)

Sarà il mio quid stirneriano, ma secondo me crescere significa abbandonare la fede, sia che questa venga riposta in un dio benevolo e generoso sia che si viva nel terrore di un giudice spietato e infallibile; e il dramma di Jean Calmet, protagonista de L’Orco di Jaques Chessex, è semplicemente quello di non crescere. E chi non cresce non può far altro che morire. Punto.

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Sexy. Storia di un’apnea

Un corpo perfetto può essere pericoloso, dice una scritta sulla copertina dell’edizione italiana del romanzo, piazzata sulla parte in ombra di una foto che ritrae un ragazzo seduto di spalle con aria assorta e un po’ emo.
Probabilmente una roba piazzata lì per vendere, ma che assolutamente con la storia raccontata da Joyce Carol Oates c’entra poco o nulla.
Perché tra tutte le cose pericolose di cui parla il romanzo, il corpo è proprio l’ultima.

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Va’ dove ti porta il cuore, ma la direzione la dà un altro organo.

Di John Irving ho letto Il Mondo secondo Garp, forse il suo romanzo più celebre, parte di Vedova Per un Anno, parte di Hotel New Hampshire e parte de Le regole della casa del Sidro. Avrete intuito che non è uno scrittore che mi fa impazzire: lo trovo nel complesso un po’ forzato nel cercare la stramberia a tutti i costi, ma bisogna ammettere che le sue trame sono accattivanti e mettono una certa curiosità, soprattutto in questo caso.