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Scrivere di Libri

Shakespeare Scriveva per Soldi (Guanda) è il secondo libro di Nick Hornby che ho letto (il primo è stato Come Diventare Buoni), e non è che mi abbia fatto impazzire, esattamente come l’altro, ma non mi è neanche dispiaciuto. Credo, semplicemente, di non essere riuscita a entrare in “intimità” lo scrittore. Capita.

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Il Malato e Chi lo Cura

Il Piccolo Dizionario delle Malattie Letterarie (casa editrice Italo Svevo) di Marco Rossari è il libro che ho letto per la categoria Il Primo libro che vedi entrando nella tua libreria preferita, ovviamente nel contesto dell’Italian Book Challenge.

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Il meraviglioso mondo di Joseph Cornell

Da qualche parte nella città di New York ci sono quattro o cinque oggetti ancora sconosciuti che vanno insieme. Una volta insieme faranno un’opera d’arte. Questa è la premessa di Cornell, la sua metafisica, e la sua religione che vorrei capire.
Cornell parte dalla sua casa di Utopia Parkway senza sapere di che cosa è in cerca, o che cosa troverà. Oggi potrebbe essere qualche cosa di tanto comune e interessante quanto un vecchio ditale. E potrebbero passare anni prima che quel ditale trovi compagnia. Nel frattempo, Cornell cammina e osserva. La città ha un numero infinito di oggetti interessanti in un numero infinito di luoghi improbabili.

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Panorama

Siccome ho deciso di parlare qui di tutti i libri che ho letto nel contesto dell’Italian Book Challenge eccomi qui a parlare di Panorama di Tommaso Pincio (NNEditore). E vorrei non farlo. Non perché il romanzo non mi sia piaciuto, ma perché mi sento in dovere di dover dire qualcosa di intelligente al riguardo. Mi sento una pressione addosso, ovviamente autoindotta, da far spavento, e ripetermi che tanto non mi si fila nessuno e che tanto prima o poi morirò e che quindi di quanto scrivo non rimarrà nulla non mi aiuta. Non mi aiuta neanche il pensiero che sicuramente non riuscirò a scrivere qualcosa di intelligente su Panorama di Tommaso Pincio e pertanto è inutile che mi ci arrovelli su: sono sconfitta in partenza.
Come faccio di solito in casi come questo, ho girovagato on line alla ricerca di un qualche chiave di lettura da cui poter partire, ma la marea di analisi puntuali e acute in cui sono incappata non ha fatto altro che farmi sentire ancor più inadeguata. La tentazione sarebbe limitarmi a scrivere che il romanzo di Pincio è affascinante e appassionante e suggestivo più che riuscito, e che se è vero che Panorama è il primo passo di un qualcosa di più vasto, forse paga un po’ lo scotto di tale posizione, rimanendo sospeso, un po’ come la prima stagione di un buon telefilm che, mentre chiude le fila narrative fin lì portate avanti, rilancia, allargando la posta e lasciando certi interrogativi irrisolti; ma il concetto che una cosa è bella perché mi piace mi nausea, esattamente come mi mettono a disagio certe analisi prettamente oggettive e poco personali che ho letto in giro (e non mi riferisco solo al romanzo di Pincio. Secondo me il problema della critica/divulgazione tradizionale è che nel migliore dei casi pone l’attenzione sull’entusiasmo/autorevolezza di chi commenta o recensisce. Lo trovo un approccio nel complesso freddino e respingente, mi è difficile fidarmi del consiglio di chi scrive così. Ma questa è un’altra faccenda); ergo, giusto per levarmi dall’impaccio e dal disagio (e scrivere qualcosa su Panorama di Tommaso Pincio), butto giù qualche riflessione sconclusionata e in libertà.

Credo che ciò che mi ha al contempo irritato e stuzzicato di tutta l’opera sia stato il forte stimolo a prendere posizione su quanto raccontato, quasi un obbligo che, avrete capito, mi tormenta ancora adesso. Forse questa sensazione è stata amplificata dal fatto che la libraia da cui l’ho preso me l’ha consegnato inserendolo nella categoria del Romanzo in cui il protagonista svolge il tuo stesso lavoro; forse è per questo che mi sono sentita direttamente tirata in causa, anche se io non faccio propriamente la professione di Ottavio Tondi.
Non lo so, è che lavorando con testi e social media, nonché con l’organizzazione di eventi dalle ambizioni culturali, durante la lettura mi sono sentita una figura obliqua e ambigua, e, appunto, in dovere di prendere posizione; ma questo è un gioco al quale non voglio partecipare, preferendo continuare a discettare tra me e me, esattamente come, durante la lettura, ho sviscerato il narrato e, più ancora, le mie reazioni a esso. Soprattutto nella parte in cui viene raccontato il declino del libro e del lettore ho letteralmente discusso con Pincio dentro la mia testa, perché secondo me l’autore descrive un approccio al testo scritto e multimediale che ritengo sì esatto, ma al contempo troppo oppositivo, e mi ha urtato un po’ il senso di ineluttabilità che questo ritratto emana, probabilmente perché, come ho scritto, mi sento in mezzo.

Il fatto è che secondo me il succo della faccenda non si gioca nel conflitto tra il panorama letterario e quello social, quanto piuttosto nelle conseguenze della semplificazione di noi stessi in cui incappiamo ogni volta che sposiamo un dato sistema di pensiero. Pincio lo dice con parole più eleganti ed efficaci delle mie, ma il concetto è chiaro: il cervello è un organo abitudinario;  e l’approccio del protagonista Tondi, sia nei confronti dei libri, sia nei confronti dei social, sia nei confronti della vita, non è curioso, ma disperato; e se dovessi definire lo stimolo che muove non solo il protagonista ma tutto il contesto attorno lui direi che questo è la totale mancanza di un senso, di un perché che sostenga le persone nella fatica di vivere. Si vive per abitudine, insomma, e lo sfacelo viene di conseguenza, perché l’abitudine porta all’automatismo, e l’automatismo porta all’aggrapparsi ai costrutti che definiscono la nostra identità e a prenderli troppo sul serio (e il ritratto della classe intellettuale fa paura, sotto questo punto di vista, ma anche la descrizione del mondo social arriva alle stesse conclusioni, mi pare).

Non so, credo che l’atmosfera apocalittica che ruota attorno a Panorama sia fuori discussione. Almeno io l’ho avvertita così: le relazioni sono o utilitaristiche o idealizzate, l’intimità è di comodo e solo apparente, l’altro viene ridotto o a uno specchio o a un nemico. C’è tutta quest’atmosfera noi vs loro che personalmente riconosco come reale e veramente pericolosa, nonché frustrante dal punto di vista umano, soprattutto se ci si rifiuta di far parte di qualsivoglia schieramento.
Mi sono sentita veramente sola e depressa, durante la lettura, ma anche consapevole della mia completa irrilevanza, e da questa rincuorata.
Comunque, sono sinceramente curiosa di vedere come andrà avanti.

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Rivoluzioni in corso d’opera

Che dire, continua la mia travolgente storia d’amore con le opere pubblicate da Iperborea Edizioni. Per Art a Part of Cult/ure, eccomi a parlare de Il Pazzo dello Zar di Jaan Kross.

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Sette Brevi Riflessioni su Breve Storia di Sette Omicidi

Prima breve riflessione
Se non fosse stato per la Book Challenge, non so se avrei letto questo romanzo. Il fatto è che ero bella e che convinta di aver già letto tutti i libri di oltre seicento pagine che valesse la pena di leggere, con l’eccezione di Infinite Jest, che leggerò finita la maratona, e Arcipelago Gulag, che il mio compagno sta leggendo in questo momento. Giuro che mi vengono i brividi al pensiero che non avrei mai potuto assaporare quello che al momento è, a mio parere, il miglior romanzo dell’anno. Mi è capitato tra le mani quasi per caso e ho detto Prendo questo, e solo perché l’argomento mi stuzzicava. Dio esiste, insomma, ed è immensamente generoso nei suoi regali.

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Tre per Uno

All’epoca, c’era stata soltanto quella sensazione dolcemente sconcertante nel permettere a un’infatuazione di diventare fatale. Quell’essere divisi tra l’impulso di amare e il desiderio di rimanere incolumi.

Ho letto Noir di Richard Matheson nel contesto dell’Italian Book Challenge, categoria giallo.

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Darkness Reggae

Mi sono ripromessa di scrivere più spesso qui sul blog, anche se si tratta di cavolate, come in questo caso. Il fatto è che Breve Storia di Sette Omicidi ha preso la fuga e io con lui. Breve Storia di Sette Omicidi è meraviglioso ed esaltante, e interromperne la lettura è un supplizio. Non saprò cosa ne dirò, perché c’è tanto da dire, tipo che ti trascina e non ci capisci nulla e al contempo ne fai parte, che per le prime cento pagine fai una fatica boia e lo leggi solo perché è scritto in maniera più che egregia, ma poi decolla, anzi, il lettore decolla, perché riesce ad unire la propria voce al coro, a trovare la propria voce nel coro.

E Marlon James è un’altra delle prove dell’esistenza di Dio, come Tom Waits, David Byrne, Patti Smith, Percival Everett, Joyce Carol Oates, giusto per citare i viventi. Altro che presepi e menate varie nelle scuole.

Già mi viene da piangere al pensiero di quando lo finirò (un giorno o due, mi sa), ed era una vita che non mi succedeva.

E ora torno a leggere.