kane

Nessuno sopravvive alla vita

Mentre mi gustavo Edward Bond, mi è tornata alla mente Sarah Kane, drammaturga che ho letto qualche anno fa e che secondo me dovrebbe essere messa in scena più spesso, soprattutto in tempi tetri e vili come quelli che stiamo vivendo; ma sono abbastanza convinta che in pochi, anche oggi, riuscirebbero a comprendere l’intima dolcezza della nostra, il suo senso di solitudine e smarrimento in un mondo dove è la brutalità istituzionalizzata che la fa da padrona, e nel quale un altro modo di essere non è neppure concepito. E la Kane, autrice discussa e superficialmente contestata, suicidatasi a soli ventotto anni, esplora il dolore e la difficoltà di esistere (che da truce e sanguigna diventa sempre più rarefatta) con uno spessore e una vividezza che semplicemente, mettono a nudo chi guarda (o chi legge) e lo terrorizzano, ma al contempo lo ripuliscono.

wilson

Vedere troppo e troppo lontano

Una delle mie scrittrici preferite è Flannery O’Connor, di cui però ho letto solo i racconti e i saggi di Nel Territorio del Diavolo. La O’Connor è una figura gigantesca dotata di un’energia devastante, capace come nessuno di dare carne al tema della Grazia Divina e al suo mistero.
Non mi ricordo dove, ma lessi un estratto di una sua lettera in cui la scrittrice racconta un fatto che le è accaduto: durante una festa, un’intellettuale orgogliosamente atea (la O’Connor era una cattolica ferventissima) descrisse l’Eucarestia come una metafora affascinante; la nostra rispose a tale affermazione ringhiando: “Beh, se l’Eucarestia è una metafora che vada all’inferno”.

zombie

Mio per l’eternità

Albert Einstein definiva la pazzia come il fare sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi, e io ho sempre pensato che questa frase fosse molto di più che un invito alla sperimentazione e al cambio di prospettiva. Il fare sempre le stesse cose è un meccanismo, e, come ogni meccanismo, è disumanizzante e alienante. Perché meccanicizzare le cose, le stesse cose che si fanno sempre, vuol dire privarle di intenzionalità e di direzione. Di senso, insomma.

In Zombie, romanzo scritto da Joyce Carol Oates e pubblicato da Il Saggiatore, ciò che più spaventa del protagonista-narratore Quentin è la perfetta aderenza che questi ha con il suo mondo, che poi è il nostro. Quentin è lo psicopatico che, ad ad atto folle compiuto, lascia perplesso il vicino perché salutava sempre, ma che al contempo, rinchiuso in un suo luogo interiore conosciuto solo a lui, riempie il suo vuoto meccanico fantasticando sulla creazione di un automa atto esclusivamente a soddisfare i suoi bisogni (appetiti?).

& allora mi sono reso conto in quell’istante che potevo mostrare al mondo UNA FACCIA SCONOSCIUTA. Sconosciuta IN QUALSIASI ANGOLO DEL MONDO. Potevo muovermi nel mondo COME UNA PERSONA QUALSIASI. Con una faccia del genere io potevo suscitare COMPASSIONE, FIDUCIA, AMICIZIA, MERAVIGLIA & SOGGEZIONE. Potevo MANGIARVI IL CUORE A TUTTI & poveri stronzi non ve ne accorgereste neanche.

Il concetto di reificazione (ovvero il rendere oggetto funzionale e pronto all’uso un qualcosa che oggetto non è), che a mio parere è centrale in tutta l’opera della Oates, in Zombie diventa esplicito, ed è sviscerato in ogni sua sfumatura: dal luminare con tendenze alla Mengele che ha fatto da mentore al padre di Quentin, e che viene nascosto ma mai discusso, agli esperimenti dello stesso Quentin, anch’essi condotti su vite di serie B, alla superficialità delle relazioni personali, coltivate sotto l’egida delle apparenze e dei ruoli da interpretare per mandare avanti il sistema. Tutto viene portato avanti con inconsapevolezza e tensione; ma Quentin, figlio perfetto di tale contesto, vive in piena coscienza quelli che per altri sono automatismi, impermeabile a un disagio profondo perché impermeabile a qualsiasi sentire.

Un vero ZOMBIE non sarebbe mai in grado di dire qualcosa che non è, solo ciò che è. Avrebbe sempre gli occhi aperti & vigili ma gli mancherebbe dentro qualcosa che vede. O pensa. O giudica.
Né esiterebbe terrore nello sguardo del mio ZOMBIE. Né memoria. Perché senza memoria non c’è terrore.

Spicca in Zombie la radicale mancanza di possibilità di redenzione, o di recupero, anche parziale, esattamente come è assente il bisogno di un più personale contatto umano; e questo a mio parere, perché sono assenti le persone.
Ci sono solo corpi, morti ambulanti la cui massima ambizione è creare altri morti ambulanti.
E tutti continuano a fare sempre le stesse cose, e Quentin ne è il risultato.

CASO-CRUMP

Scene da un matrimonio

Ci sono opere che, per essere godute, hanno bisogno di una forte sospensione dell’incredulità; Il Caso Crump di Ludwig Lewisohn (pubblicato da Elliot Edizioni e letto per l’Italian Book Challenge per la categoria Una Storia Che Racconta un Fallimento), invece, ha bisogno di una forte sospensione dell’antipatia, suscitata da una sessuofobia misogina, figlia del periodo storico in cui la vicenda è ambientata, ovvero gli anni Venti del secolo scorso, e questo soprattutto nella prima parte; ma, una volta superata la totale parzialità dell’autore nei confronti del suo protagonista Herbert, Il Caso Crump si rivela un romanzo appassionante e sardonico, critico nei confronti dell’ambiente in cui la storia si sviluppa (e non solo riguardo all’istituzione matrimoniale, che sbeffeggia apertamente) e di un’acutezza ironica e inaspettata.

prigione

Antropologia della rabbia

Non esistono prove del nostro bisogno di aggressività, come invece ne esistono per i bisogni sessuali o alimentari. Reagiamo con aggressività quando veniamo costantemente privati delle nostre necessità fisiche ed emotive o se queste vengono messe in pericolo. Ripetutamente privati e minacciati – come lo sono al giorno d’oggi gli esseri umani – viviamo in un costante stato di aggressione. Non importa quanto venga pagato un uomo che svolga, diciamo, un lavoro di routine, in fabbrica, in ufficio: si sentirà sempre deprivato. Costretto a comportamenti estranei alla propria natura e gli si aliena, con conseguenze fisiche ed emotive. Comincia a vedere minacce ovunque. Diventa violento e provocatorio, un pericolo per gli altri.
I fatti ci fanno concludere che l’aggressività è un’abilità, non una necessità.

gilliam

Always Look on the Bright Side of Life

Gilliamesque, autobiografia di Terry Gilliam edita da SUR (e letta nel contesto dell’Italian Book Challenge per la categoria Biografia o Autobiografia), è un’opera che può essere associata, a livello dell’impressione che lascia, al film Le Avventure del Barone di Monchausen: ricca ricca ricca, umorale, e talmente carica da risultare caotica, e di difficile digestione, che parte in maniera brillante e galvanizzante e mastodontica, ma poi sembra girare a vuoto nella sua magniloquenza e frenesia, ed alla fine sono le tue sinapsi che non ce la fanno più. Che poi, secondo me, è il problema del Gilliam regista quando è lasciato troppo a se stesso e senza un valido supporto (che si tratti dei Monty Phyton o di sceneggiatori solidi): risultato finale sembra dettato dal caso, e può essere Paura e Delirio a Las Vegas (che però ha Thompson come base, in effetti) come The Zero Theorem, o L’Esercito delle Dodici Scimmie, o Tideland, o La Leggenda del Re Pescatore, o Brazil (che rimane il mio Gilliam preferito).