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Un io appena superiore

Ogni volta che leggo un libro di Joyce Carol Oates mi riprometto sempre di non scriverne, perché mi rendo conto di essere stucchevole. Ma poi c’è un qualcosa che cattura la mia attenzione (e il mio cuore) e allora tutti i buoni propositi vanno allegramente a farsi benedire.

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Tutto il suo essere è avviluppato in un’aura nefasta

Di notte, sul ponte. Ryūnosuke gettò le rose avvizzite nelle acque scure e ribollenti. Poi, con le dita nelle orecchie, le dita sugli occhi, Ryūnosuke maledisse Momotarō, maledisse il corvo Yatagarasu.
E poi maledisse se stesso…
E Ryūnosuke pregò,
il suo biglietto in mano.
Ryūnosuke pregò e pregò che nessun uccello venisse a disturbare i rami di quell’albero. Che nessun bambino nascesse mai più dalle pesche.
Ciò che desideri non lo devi desiderare.

Magic-Mike

Raskol’nikov delle mie palle

Ecco la grande imprenditrice che non sa più a che sento votarsi. Guardatela, osservate le sue nuove abitudini: va dallo psichiatra e pensa solo al sesso. Un’unica cosa si salva nella mia penosa situazione: pago l’uomo che mi scopa.

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Andiamo avanti per fede senza sapere dove cavolo siamo diretti

Con L’Età di mezzo, edito da Mondadori, Joyce Carol Oates ha smesso di essere una scrittrice ed è diventata uno stato mentale.
La cosa divertente è che L’età di mezzo non è nenache il mio romanzo preferito della Oates, per quanto mi sia piaciuto tantissimo. Quello rimane Blonde. Ma L’età di mezzo, assieme forse a Una famiglia americana, distilla perfettamente quei temi che la Oates tratta e che sento come miei: il dover fare i conti con se stessi, con la perdita, con la colpa, con l’inadeguatezza, con la cosciente e vigliacca consapevolezza di non aver seguito le proprie più profonde ispirazioni per rinchiudersi in un bozzolo di confortevole e appagata infelicità, condivisa da persone pronte a sostenerti nei momenti d’oro per abbandonarti in quelli bui, che ti sono vicine ma che non vogliono conoscerti.

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Seguiranno altre rivelazioni

Nel retro di copertina di Mostri che ridono, pubblicato da Einaudi, Jonathan Franzen dice che spera che Dio abbia il senso dell’umorismo dell’autore del romanzo, Denis Johnson.
Da parte mia, il Dio che mi piace di più è quello ritratto da Lars von Trier in Dogville prima e Manderlay poi: un qualcuno capace di esercitare una volontà insindacabile, crudele, incomprensibile e del tutto arbitraria, e tuttavia di una linearità e di una logica nettissime, intuibili più che comprensibili; un Dio che non si preoccupa di capire noi e che rimane perplesso difronte ai nostri tentativi di capire lui, nonché piuttosto incavolato quando noi cerchiamo di spacciare la nostra volontà per la sua.