crossed-swords-bw

Spade e coltelli

È da qualche giorno che sto cercando un modo di esternare al mondo la mia profonda delusione sulla settima serie del Trono di Spade, cercando di collocarla in un contesto più specifico del generico “colpa del fanservice”, o “troppi draghi e poco sesso/morti illustri”, o “è diventata prevedibile”, o “è scritta sempre più con i piedi”, o (e qui si va sul personale) “mi hanno lobotomizzato Ditocorto e poi me lo hanno fatto fuori nella maniera più indecorosa immaginabile”. Cose che sono vere, ma non sono la causa profonda e autentica del mio disamore, che ha cominciato a manifestarsi verso la quinta stagione, per poi svilupparsi nella sesta (che ho visto a pezzi e bocconi) ed esplodere in questa settima, il cui andazzo non mi fa ben sperare per una chiusura di serie decente.
O, almeno, decente secondo i miei standard.

quelli-erano-giorni-WC

Poveracci loro, tutto sommato

Il ricordo più significativo delle stagioni che ho fatto in libreria è quello di una signora che, a causa di un problema con il pos, aveva dovuto aspettare un paio minuti prima di poter pagare i suoi acquisti, e che aveva commentato: “Qui c’è da fare la fila per ogni cosa, come nei campi di prigionia”.
Ogni volta che ci ripenso, quello che mi lascia perplessa non è tanto la sproporzione tra il problema e l’esternazione della donna (e la sua profonda idiozia, ma questo va da sé), quanto piuttosto il dare ogni servizio o agio per scontato, la sicurezza che le cose debbano sempre andare in una certa maniera (perché si è in vacanza in una località di lusso? Perché si è nati nella parte giusta del pianeta? Perché si è ricchi?) e che ogni intoppo sia percepito come un torto, una minaccia a uno stato di benessere che non deve essere incrinato.
Perché la signora era davvero turbata dal fatto che la linea del pos fosse saltata, che la persona davanti a lei avesse dovuto ripetere l’operazione e che lei avesse dovuto aspettare.