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Spade e coltelli

È da qualche giorno che sto cercando un modo di esternare al mondo la mia profonda delusione sulla settima serie del Trono di Spade, cercando di collocarla in un contesto più specifico del generico “colpa del fanservice”, o “troppi draghi e poco sesso/morti illustri”, o “è diventata prevedibile”, o “è scritta sempre più con i piedi”, o (e qui si va sul personale) “mi hanno lobotomizzato Ditocorto e poi me lo hanno fatto fuori nella maniera più indecorosa immaginabile”. Cose che sono vere, ma non sono la causa profonda e autentica del mio disamore, che ha cominciato a manifestarsi verso la quinta stagione, per poi svilupparsi nella sesta (che ho visto a pezzi e bocconi) ed esplodere in questa settima, il cui andazzo non mi fa ben sperare per una chiusura di serie decente.
O, almeno, decente secondo i miei standard.

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Poveracci loro, tutto sommato

Il ricordo più significativo delle stagioni che ho fatto in libreria è quello di una signora che, a causa di un problema con il pos, aveva dovuto aspettare un paio minuti prima di poter pagare i suoi acquisti, e che aveva commentato: “Qui c’è da fare la fila per ogni cosa, come nei campi di prigionia”.
Ogni volta che ci ripenso, quello che mi lascia perplessa non è tanto la sproporzione tra il problema e l’esternazione della donna (e la sua profonda idiozia, ma questo va da sé), quanto piuttosto il dare ogni servizio o agio per scontato, la sicurezza che le cose debbano sempre andare in una certa maniera (perché si è in vacanza in una località di lusso? Perché si è nati nella parte giusta del pianeta? Perché si è ricchi?) e che ogni intoppo sia percepito come un torto, una minaccia a uno stato di benessere che non deve essere incrinato.
Perché la signora era davvero turbata dal fatto che la linea del pos fosse saltata, che la persona davanti a lei avesse dovuto ripetere l’operazione e che lei avesse dovuto aspettare.

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Gli elementi nel mio cerchio sono cerchi a loro volta

Ci sono quei momenti nella vita in cui devi darti una spiegazione. Sono momenti che non sempre coincidono con un evento in qualche modo traumatico, ma che il più delle volte arrivano quando il momento di crisi dovrebbe essere bello che superato. E forse è per questo che quei momenti danno sui nervi: perché ti sei illuso che, diamine, hai superato la crisi, che sei stato bravissimo e che è andata molto meno peggio di quanto pensassi.
Il problema è che i momenti di crisi sono come i pestaggi: lì per lì si è troppo presi dal panico per prenderne atto sul serio, e il dolore arriva qualche tempo dopo aver ricevuto il colpo. Di fatto, si confonde il superamento della crisi con lo smaltimento dello shock iniziale nei confronti di ciò che l’ha provocata. Ti sei armato (o, almeno, sei diventato consapevole delle tue armi), ma sei ben lontano dall’aver affrontato la battaglia.

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Ma sai veramente qual’è il miglior modo per vivere la propria vita?

La fine di Edward Barnard e Rosso, i due racconti di Maugham che compongono Ritorno all’Isola (Passigli Editori),  appartengono a quel gruppo di opere che io chiamo Le Parabole del Maugham-Pensiero.

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Tutto diventa narrazione

Il ruolo del dungeon master è far accadere la cosa giusta e quello dei dadi legittimarlo, non viceversa.

L’elemento più interessante di La stanza profonda, romanzo di Vanni Santoni edito da Laterza, è l’ipotesi del gioco di ruolo come avanguardia, che solo in seguito (forse) viene riconosciuta come sistema culturale. Ovviamente condivido: la cultura, intesa come coltivazione di sé, non può prescindere una certa (notevole) componente ludica, una simulazione, un rischio, una proposta immaginativa a circostanze reali.
Il master, colui che gestisce il gioco, che lo crea, e che eventualmente ne sancisce l’esaurimento (e che nel caso de La stanza profonda ne fa anche l’autopsia) da origine agli eventi, esattamente come l’artista, o l’intellettuale, plasma un dato sentire culturale che solo poi viene confermato dai fatti.

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È troppo smarrito perfino per essere depresso

È incredibile che le frasi vengano capite. Semplici suoni posti l’uno accanto all’altro da un agente che tenta di comunicare qualcosa, ma non è detto e non capita mai che il significato si limiti a quell’intenzione. Quei suoni, allineati in un ordine particolare e peculiare, non cambiano mai, eppure non fanno altro che cambiare. Anche in una struttura grammaticale approssimativa il significato è presente. Anche se le parole sono confuse il significato è presente. Anche se i rapporti semantici sono generici o categorici. Anche se la lingua è sconosciuta. Il significato è intrinseco, estrinseco, orbitale, tuttavia non esiste un contenuto proposizionale. Il linguaggio non cancella mai del tutto la propria presenza, ma dà l’impressione di farlo nei casi in cui il significato presume una priorità.

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Regressioni senza scopo, senza un finale accettabile

Quando si dice che in un giorno può succedere di tutto; quella è una verità, una verità maestosa. Non dobbiamo fare altro che fermarci e ammirarla. Ogni giorno ricapitoliamo il passato e azzardiamo il futuro. Ogni giorno ci succede il riassunto di ciò che siamo. Non esiste il momento che cambia la vita, quel momento si somma semplicemente al regesto giornaliero. Niente è decisivo, tutto è pretesto a noi stessi.

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Un io appena superiore

Ogni volta che leggo un libro di Joyce Carol Oates mi riprometto sempre di non scriverne, perché mi rendo conto di essere stucchevole. Ma poi c’è un qualcosa che cattura la mia attenzione (e il mio cuore) e allora tutti i buoni propositi vanno allegramente a farsi benedire.

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Tutto il suo essere è avviluppato in un’aura nefasta

Di notte, sul ponte. Ryūnosuke gettò le rose avvizzite nelle acque scure e ribollenti. Poi, con le dita nelle orecchie, le dita sugli occhi, Ryūnosuke maledisse Momotarō, maledisse il corvo Yatagarasu.
E poi maledisse se stesso…
E Ryūnosuke pregò,
il suo biglietto in mano.
Ryūnosuke pregò e pregò che nessun uccello venisse a disturbare i rami di quell’albero. Che nessun bambino nascesse mai più dalle pesche.
Ciò che desideri non lo devi desiderare.

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Raskol’nikov delle mie palle

Ecco la grande imprenditrice che non sa più a che sento votarsi. Guardatela, osservate le sue nuove abitudini: va dallo psichiatra e pensa solo al sesso. Un’unica cosa si salva nella mia penosa situazione: pago l’uomo che mi scopa.