prigione

Antropologia della rabbia

Non esistono prove del nostro bisogno di aggressività, come invece ne esistono per i bisogni sessuali o alimentari. Reagiamo con aggressività quando veniamo costantemente privati delle nostre necessità fisiche ed emotive o se queste vengono messe in pericolo. Ripetutamente privati e minacciati – come lo sono al giorno d’oggi gli esseri umani – viviamo in un costante stato di aggressione. Non importa quanto venga pagato un uomo che svolga, diciamo, un lavoro di routine, in fabbrica, in ufficio: si sentirà sempre deprivato. Costretto a comportamenti estranei alla propria natura e gli si aliena, con conseguenze fisiche ed emotive. Comincia a vedere minacce ovunque. Diventa violento e provocatorio, un pericolo per gli altri.
I fatti ci fanno concludere che l’aggressività è un’abilità, non una necessità.

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Rivoluzioni in corso d’opera

Che dire, continua la mia travolgente storia d’amore con le opere pubblicate da Iperborea Edizioni. Per Art a Part of Cult/ure, eccomi a parlare de Il Pazzo dello Zar di Jaan Kross.

Books HD

Miele

E questa volta, su Art a Part of Cult/ure, parlo de Le Api di Meelis Friedenthal :-)

Ci leggiamo di là 😉

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Gli occhi di chi guarda

A volte, mentre tornavo a casa in autobus, davo un’occhiata a quei volumetti e devo dire che all’inizio non riuscivo a capire cosa ci trovasse. Col tempo, però, compresi che il piacere che le davano non proveniva dalla storia o dai personaggi, bensì dalla consapevolezza che qualcuno conosceva le sue fantasie più nascoste, e non per grandi linee, ma per minimi dettagli: i profumi, i colori e le cose che aveva in fondo al cuore. Conoscere quelle cose voleva dire conoscere il suo lato più intimo: la donna che avrebbe passeggiato al chiar di luna insieme a un uomo bello e tenebroso, se le cose fossero andate diversamente. La donna che sapeva apprezzare un discreto gesto di tenerezza, un tacito accordo, la semplicità di un segreto condiviso. Soprattutto la donna che conosceva la bellezza e la potenza dell’inespresso. Credo che quei romanzi le piacessero proprio perché davanpo un grande spazio all’indicibile: la confortava che qualcuno avesse capito, come lei, che le cose più importanti della vita erano segrete, e nessuno, né i vicini, né la Chiasa e neppure la legge, doveva metterci il naso. Era l’unica spiegazione che riuscivo a darmi: non erano quelle storie d’amore fasulle ad avvincere mia madre, bensì le verità nascoste che lasciavano intendere, l’indicibile, appunto, fonte di ogni consolazione. Sapeva di essere aggrappata a un’illusione, ma ne aveva bisogno per tirare avanti. Finché le fu possibile, finse di ignorare che i limiti di un matrimonio sono fissati da quello tra i due coniugi che ha meno da offrire. Leggeva i romanzi rosa perché alimentavano e rianimavano la sua fede nell’amore.

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Riflessioni su zio Willie

Di Robin Maugham avevo letto, anni fa, Il Servo, principalmente perché innamorata persa del film di Losey (uno dei miei registi preferiti) sceneggiato da Harold Pinter (che amo alla follia, e che mi riprometto sempre di leggere in lingua ma ancora niente). Il romanzo non mi deluse: più attento ai rapporti interpersonali tra i due protagonisti (chiarissima la sottotraccia omoerotica) che ai rapporti di classe che invece sono la base della pellicola, il testo di Robin Maugham scivola lineare e preciso quanto il film è sinuoso, quasi serpentino; ma in entrambe le opere rimane il sentore di una discesa verso l’interiore più profondo e cupo, verso un inferno intimo e recondito, fatto essenzialmente di gelo e niente.

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Amor che nella mente mi ragiona

Nell’amore e nei sentimenti c’è molto di più che non l’amore e i sentimenti, L’unica soluzione che rimane – l’unica che non abbiamo mai sperimentato – è servirci delle soluzioni individuali come modello per l’esistenza collettiva e sociale. L’amore e il sesso come paradigmi per l’intera nostra esistenza. Vorrà pur dire qualcosa che nell’amore, e in particolare nel sesso, noi tocchiamo il massimo dell’intensità proprio nella perdita del controllo, nella perdita dei confini del sé. Dovrebbe essere così per la nostra intera identità: è solo quando riusciamo a proiettarci al di là dell’immagine che abbiamo di noi stessi, e dei ruoli rassicuranti, e di tutte le definizioni identitarie, che possiamo costruirci un’identità espansa, essere noi stessi più di quanto eravamo prima.

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Di Picchi e idee balzane

Niente, giusto per condividere tre brani da uno dei miei romanzi preferiti, Natura morta con Picchio, di Tom Robbins, autore che quando verrà ripubblicato sarà sempre troppo tardi.
Comunque, ho trovato Coscine di Pollo, sempre di Robbins, e pertanto mi nutro di cornucopie di gioia dentro al cuor.
Buona lettura.

Scrittura

Brevi

Giusto per segnalare che Art a part of Cult(ure) continua a ospitarmi. Questa volta parlo di un saggio e, poco da dire, sebbene all’interno del sempiterno “dilemma” Calvino vs Pasolini io faccia parte del team Pasolini, il buon Italo resta uno dei personaggi più affascinanti e, per certi versi, misteriosi della nostra letteratura. Insomma, ecco il mio commento a  L’avventura di uno spettatore. Italo Calvino e il Cinema

A presto con qualcosa di più sostanzioso :-)

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Lucidare e praticare

Vi rigiro questo pezzo di Antonio Russo de Vivo su un libro di Tanizaki Jun’ichirō, dal titolo “Sulla Maestria” edito da Adelphi; mi unisco a lui nel consiglio all’acquisto (a differenza di Antonio conoscevo Tanizaki solo di nome, e questo è stato il suo primo testo che ho letto; il mio compagno, invece, che da qualche tempo si dedica con una certa assiduità alla letteratura orientale, soprattutto giapponese, dice che è uno degli autori migliori che abbia mai letto), perché, a prescindere dal fatto che parli dell’arte attoriale, secondo me il testo suggerisce un approccio alle cose che andrebbe studiato, assimilato, rielaborato, fatto proprio e applicato.
Specialmente in tempi tetri tetri come questi, in cui è difficilissimo guardarsi dentro e guardare oltre.

Comunque.

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DisCover

Premessa: questo post ha valore più tecnico che argomentativo :-), nel senso che sì, si parla di un modo di narrare, ma in realtà è una scusa per vedere se riesco a postare i video e sistemarli in maniera esteticamente consona.
Incrociamo le dita :-)

Io ho una passione disperata e viscerale per le cover, i remake, i reboot, le riduzioni eccetera eccetera; più i media si mescolano più io vado in brodo di giuggiole, e non ho alcun problema ad azzerare quello che so di un dato frangente e godermi la versione che mi viene proposta (ovviamente la suddetta versione deve funzionare, ma questo è un altro discorso), senza necessariamente fare raffronti.
Certo, se il tutto viene fatto con spirito ludico, ironico e citazionista mi diverto molto di più, ma se, ribadisco, il prodotto che mi trovo davanti funziona da solo non ho problemi a gustarmelo indipendentemente dal background.

Per le cover io ci vado matta più che per tutto il resto, e più l’interprete prende le distanze dalla versione originale e più la cosa mi squaglia.
Non è raro che certe cover siano migliori dei pezzi originali: Mr Tambourine Man, per esempio, è molto più riuscita nella versione dei Byrds che in quella originale di Bob Dylan (lui stesso lo ha ammesso),