Che cos’è dunque la personalità che riscontriamo in coloro che pensiamo di amare? Vi dirò anche questo: è uno schema di atteggiamenti che sono espressi in certi schemi di linguaggio che riconosciamo perché siamo abituati a essi, potremmo dire che ne siamo condizionati, per essere tecnici, essendo gli atteggiamenti una barriera per proteggere queste persone e noi stessi davanti all’infinito. Il caos originale.

Se dovessi riassumere l’intera Epopea americana (interamente pubblicata da Il Saggiatore) di Joyce Carol Oates un paio di frasi, direi che il tutto gira intorno al fatto che se si ha ma non si è sono cavoli amari; e Il paese delle meraviglie esplora questo concetto e lo approfondisce, raccontando la storia di un uomo che fugge da se stesso fino a trasformarsi in ciò che temeva di essere.

Scampato a una strage familiare ad opera di suo padre, il protagonista Jesse lotta con tutte le sue forze per costruirsi una vita normale e di successo, diventa un neurochirurgo e nasconde al mondo e a se stesso il suo trauma, finendo per vivere una vita sempre minacciata da un costante senso di pericolo e instabilità, che si concretizza nella fuga di sua figlia minore Shelley con Noel, un cupissimo guru della controcultura.

Lo scienziato non è in guerra con l’uomo di Dio. No. È una mente pigra quella che la pensa così. Sono qui in quanto uomo di scienza e anche in veste di uomo di Dio. La verità la verità assoluta, va onorata ovunque essa si trovi: è l’unica cosa ad avere importanza. Il destino dell’uomo è di rivendicare nuovi territori, di mirare all’infinito, di disegnare mappe e confini e latitudini e longitudini con cui circoscrivere la realtà, le terribili oscurità e i sentori della realtà, il remendo silenzio dell’universo che non conosce umana lingua. L’America è benedetta da Dio. L’America è tutti gli uomini, tutta l’umanità benedetta da Dio e che spinge verso l’esterno, sempre verso l’esterno nell’ambire a un altro mondo, ambiamo a essere assimilati a Dio in un’essenza protoplasmatica superiore.

Il paese delle meraviglie è una storia di situazioni che si ripetono all’infinito ma che non si rivelano mai del tutto, di orchi opprimenti e terrificanti, di faciulle da soccorrere e riportare a casa, ma una casa condannata a rimanere sconosciuta a se stessa. Perché Jesse, che si propone di salvare tutti, è il primo che ha bisogno di essere salvato, perché incontrollabile nella sua mania di controllo, invulnerabile e distrutto insieme, ansioso di inserirsi in un contesto domestico e isolato da tutti a causa della sua stessa ansia, portatore di morte nel suo bisogno di dare vita e senso a tutto ciò che lo circonda.

Nella (bellissima, come le altre) postfazione al romanzo, l’autrice dichiara che Il paese delle meraviglie del titolo è certamente l’America, ma soprattutto il cervello umano; da ciò si capisce come l’identità sia una questione d’importanza cruciale e assoluta, e come stabilire chi si è, quale sia il proprio ruolo all’interno del proprio ambiente, diventi una missione fondamentale, soprattutto se quell’ambiente valuta chi sei in base a ciò che hai e a ciò che appari; e allora decidere di conoscersi, e affrontarsi, diventa una scelta consapevole, difficile, etica, addirittura anti-istintiva, ma, appunto, essenziale, e vitale.
E allora Jesse, che seleziona i suoi ricordi, e li altera per adattarli alla sua vita, a quello che lui ritiene una vita giusta e sana, si crea un’esistenza sempre insoddisfacente, sempre in bilico, fragilissima, incompleta perché inautentica, scissa, costretta a determinare e ribadire la propria ragione di essere e la propria sostanza, la propria realtà; e questo accade per pervicacia dell’uomo nel negare il proprio dolore, che paradossalmente (ma neanche tanto) è l’unico fatto reale e inequivocabile di tutta la faccenda.

A che cosa serviva, si chiese tristemente, una vita dedicata a spiegare, a trovare ordine nel caos, a esaminare, analizzare, diagnosticare, correggere curare? A che cosa serviva ora che si trovava in una strada come questa, ad affrontare la folla e il traffico, e avrebbe dato tutto solo per un po’ d’aria fresca? La sua vita, la sua stessa identità, non significavano nulla per queste persone.

Con Il paese delle meraviglie Joyce Carol Oates ha scritto forse il capitolo più esplicito sulla negazione di sé, e sull’adagiarsi nevrotico su quello che si sente di dover essere, arricchendolo di una dimensione politica quanto mai dichiarata, in un rifiuto di qualsiasi mitizzazione e narrazione idealizzante: la mente, come l’America, si trasforma in un bosco pieno di ombre che non vanno ignorate ma indagate, esplorate, rifuggendo quell’istinto all’espansione che non è altro che una fuga da se stessi, e dalla propria storia. Una fuga necessariamente povera, semplicistica, e soprattutto destinata al perpetuo e intimo fallimento.