Il problema dei tre corpi è un romanzo la cui prima lettura è trasformata, di fatto, in una rilettura, anche se una rilettura di quelle che si fanno dopo anni, quando si ricordano giusto gli eventi di base della trama. Questo perché sulla quarta di copertina dell’edizione italiana (Mondadori) c’è un riassunto-spoilerone talmente sfacciato che manda tranquillamente in vacca la struttura e la gestione delle informazioni e dei tempi dell’opera; una roba che rende la parte centrale del romanzo ridondante e legnosa, perché già immaginiamo (sappiamo) dove andrà a parare, e che brucia buona parte della propulsione che deriva dall’esplosiva idea di base dell’opera.

Questa è una cosa che è bene sapere, perché, se uno la sa, riesce a godersi il romanzo di Cixin Liu senza farsi il sangue troppo amaro, e ad assaporarlo a un livello più consapevole, più riflessivo, apprezzandone quei particolari che lo rendono profondo e inquietante.

Il sole era già tramontato e le montagne del Grande Khingan apparivano grigie e indistinte. Ye pensò che somigliassero alla sua vita. In un’esistenza così cupa, ogni sogno sembrava un brillante caleidoscopio di colori, ma tutti i sogni finivano e, prima o poi, ci si doveva svegliare; proprio come faceva il sole, che sorgeva ogni mattina senza per questo portare alcuna nuova speranza. In quel momento, Ye vide tutta la sua vita davanti a sé, avvolta com’era da un grigiore infinito. Con gli occhi colmi di lacrime, sorrise ancora e seguitò a mangiare il mantou freddo.

Il problema dei tre corpi si apre e si chiude con un atto di resistenza, con una rivendicazione di umanità, di intelligenza, di libertà e di orgoglio; ma tutto questo è schiacciato da un senso di minaccia, di distruzione, cupo e soffocante. E poi c’è il dolore, la sconfitta, l’inadeguatezza, la morte, l’odio e il desiderio di vendetta, la totale e cieca incomprensione; perché il problema dei tre corpi non riguarda solamente la fisica, ma anche l’animo umano, e la Terra, la Vita, l’Universo: non ci sono formule esatte ed eterne (non ancora almeno) per spiegare le traiettorie che si agitano dentro di noi, oltre che fuori.

Cixin Liu parla più di noi che degli alieni, più della storia che del futuro, più dell’anima che del cosmo; e si ha l’impressione che il conto alla rovescia sia iniziato un’infinità di tempo fa; e ci dice che noi stessi siamo i nostri carnefici, che siamo noi a darci da morte quando sacrifichiamo la nostra intelligenza e la nostra compassione a un ideale crudele che è un mostro insaziabile.

Persino Dio, se fosse qui, non potrebbe farci un bel niente. L’intero genere umano è arrivato al punto in cui nessuno ascolta più le sue preghiere.

Quello che leggiamo è la cronaca di una sconfitta, di una resa incondizionata, della perdita di senso; di un’umanità che non trova in sé alcun appiglio a cui aggrapparsi, nessuna voglia di vivere che travalichi il mero istinto di sopravvivenza. Il costante paragone con gli insetti è perfettamente esplicativo di tutto ciò: gli insetti vivono perché vivono, per una testardaggine e una resistenza che però non hanno niente di nobile, niente di volontario, niente di necessario, e che non impedisce al altre forme di vita di infierire su di loro.

Più che della distruttività, Cixin Liu parla di autodistruttività, di una tecnologia che diventa strumento di morte e distacco dall’umano, di una giustizia che viene cercata fuori e non dentro, e che pertanto si dimostra inadeguata, insoddisfacente, rosa dal suo interno.

Pensavo che la vita fosse davvero una casualità tra tutte le casualità del cosmo. L’universo era un palazzo vuoto e l’umanità una formica solitaria che vi dimorava. Pensieri di questo genere hanno instillato in me una mentalità conflittuale nella seconda parte della mia esistenza. A volte pensavo che la vita fosse preziosa, altre volte che fosse insignificante e che nulla avesse valore.

Cixin Liu è abilissimo nel creare un clima umano e al contempo antiumano, nel suggerire un’utopia e a distruggerla, nel confondere vittime e carnefici, in un’opera che è forse la più vigorosa e poetica requisitoria contro il lato oscuro dell’idealismo.