È incredibile che le frasi vengano capite. Semplici suoni posti l’uno accanto all’altro da un agente che tenta di comunicare qualcosa, ma non è detto e non capita mai che il significato si limiti a quell’intenzione. Quei suoni, allineati in un ordine particolare e peculiare, non cambiano mai, eppure non fanno altro che cambiare. Anche in una struttura grammaticale approssimativa il significato è presente. Anche se le parole sono confuse il significato è presente. Anche se i rapporti semantici sono generici o categorici. Anche se la lingua è sconosciuta. Il significato è intrinseco, estrinseco, orbitale, tuttavia non esiste un contenuto proposizionale. Il linguaggio non cancella mai del tutto la propria presenza, ma dà l’impressione di farlo nei casi in cui il significato presume una priorità.

La prima cosa che ho pensato dopo aver letto Cancellazione è stata che ormai mi restano solo due romanzi di Percival Everett ancora da leggere: Non Sono Sidney Poitier, e Ferito, che tutti dicono il suo capolavoro (che per me, per ora, è Percival Everett di Virgil Russell) e che quindi avvicinerò per ultimo e con molta molta calmai.

La seconda cosa che ho pensato, e che riguarda più nello specifico il romanzo stesso, è che alla fine il problema è infilare i nostri specifici contenuti in un sistema formale (e culturale) che non è strutturato per accogliere delle specificità, o delle varianti di significato.
E la Cancellazione del titolo è quella a cui si sottopone il protagonista Thelonius ‘Monk’ Ellison nei confronti di un ambiente (diversi ambienti) che non riesce a concepire che la mente di uno scrittore nero possa partorire una rivisitazione dei Persiani di Eschilo invece di esaltare l’autenticità esotica della miseria gangsta.
Ma il problema dello scarto tra significato e significante non si limita al contesto letterario e culturale, ma investe anche la vita privata del protagonista, diventando così il pilastro su cui si regge tutta la storia: come le parole (significanti), anche i fatti, le strutture sociali (la famiglia, l’ambiente culturale) non sempre collimano con la loro essenza (significato). Anzi, il più delle volte gli scarti, di partenza infinitesimali, si allargano, e diventano strappi di dimensioni tali da compromettere il nostro ancoraggio al mondo.

Monk, dilaniato tra una madre ammalata di Alzheimer (quindi priva delle coordinate per muoversi tra realtà e percezione della stessa), un ambiente culturale nero che lo rifiuta (quindi un ambiente alienato da se stesso, in quanto capace di concepirsi esclusivamente come alternativo a una data norma, la cultura di matrice bianca), un ambiente culturale bianco che lo rifiuta anch’esso (quindi un ambiante incapace di percepirsi nei suoi limiti, ma convinto di rappresentare l’intero universo), trascina il lettore nella propria crisi, che non è solo esistenziale, ma anche ermeneutica, o forse è ermeneutica e pertanto esistenzialeii.

Per la prima volta mi fermai a contemplare lo sfacelo della mia famiglia. Non c’era nulla di strano o innaturale in ciò, anzi, era più naturale di molte altre cose, ma era pur sempre difficile da digerire. Mio padre era morto da diversi anni. Mia sorella era stata assassinata di recente. La demenza senile si stava portando via mia madre. E mio fratello nel momento in cui, a quanto pareva, trovava finalmente sé stesso, stava perdendo tutto il resto. l’immagine usurata del capitano di una nave che affonda non mi si addiceva, perché presupponeva una qualche dose di autorità. Ero piuttosto come un meccanico esperto di motori a scoppio nella sala macchine di una nave a vapore, o come un ostetrico in un monastero.

La scissione tra forma e sostanza raggiunge il suo apice nel momento in cui Thelonius, in un impeto di rabbia, scrive, con lo pseudonimo di Stagg R. Leigh (Stagger Lee), il romanzo Stato Patologgico (un romanzo integralmente inserito nel romanzo principale), poi ribattezzato Cazzo!, che non solo si rivela uno straordinario successo editoriale ancor prima della sua pubblicazione, ma viene candidato a un importante premio letterario di cui Thelonius stesso è un giurato, per giunta l’unico contrario alla sua vittoria.
Sembra di essere triturati, il ritmo diventa isterico, tutto appare come sia un’allucinazione. E la cosa più assurda è che il racconto procede liscio come sempre, solo c’è questa sensazione di catastrofe imminente, e ripensandoci, la catastrofe consiste nel fatto che il narratore diventa inaffidabile di fronte a se stesso.
E che poi, alla fine, si cancella.

i Il mio principio base riguardo il mio approccio alla lettura è che non si mangia un piatto di alta cucina quando si è affamati, perché non ci si sazia e non si gusta il piatto. Tradotto in letteratura, vuol dire che non mi gioco Ferito perché ho voglia di leggere un buon libro, o perché ho fame di un buon libro, ma leggo Ferito perché ho voglia di leggere Ferito. Tanto più che di Percival Everett non ci sono quintalate di libri a disposizione e quindi bisogna centellinarseli.

ii Che poi la faccenda diventa ancora più interessante se si guarda a tutta produzione di Everett, che è molto incentrata sul rapporto forma e contenuto (sempre tenendo presente che me ne mancano due, che potrebbero sparigliare le carte), o meglio, della scarsa adattabilità della forma (società, ma anche percezione culturale/narrativa) a quel determinato contenuto che è l’essere nero, che, a quanto pare, funziona solo se presentato come esotica alternativa all’essere bianco. In Glifo il nostro si diverte con la percezione estetico/culturale e razziale del lettore in modalità esplicita e carognissima. L’unica (parziale) eccezione sembra essere la raccolta In un palmo d’acqua, che affronta il tema con una sfumatura molto meno inquieta e più aperta all’irrazionale.