Pensava al paradosso di Zenone, l’infinito nel finito.
Ogni passo è una frazione dell’intera distanza. L’intera distanza è inattingibile dall’esperienza.
Nel paradosso di Zenone la meta non si raggiunge mai.
Nel paradosso di Zenone si è in uno stato di perpetuo anelito.

Verso la fine de L’Outsider Colin Wilson parla della necessità dell’esperienza mistica affinché il costante stato d’angoscia che tormenta ed esalta l’oggetto del suo studio si spezzi. Tuttavia Wilson non affronta direttamente il tema, perché è impossibile, ma esamina l’argomento del contatto con il divino attraverso diversi punti di vista: parla di Blake, Ramakrishna, Nietzsche e soprattutto Dostoevskij, nelle cui opere le esperienze mistiche abbondano.

Da parte mia, mi trovo più a mio agio a parlare di satori, l’illuminazione zen, che di estasi mistica cattolicamente intesa, anche se credo che i due concetti siano vicinissimi se non addirittura interscambiabili. Io vivo l’estasi (o satori) come uno stato mentale ed emotivo in cui siamo sicuri che tutto vada come deve andare, e accettiamo nel profondo le cose come sono senza scervellarci su come dovrebbero essere o su come è giusto che siano; anzi, il nostro giudizio sulla vita diventa privo d’importanza, perché siamo nel mondo e siamo in accordo con tutto.
Credo che tutti abbiamo provato dei momenti di satori, di abbandono consapevole e vivificante allo scorrere della vita, perché, alla fine, il satori o estasi mistica non è assolutamente niente di speciale. Si tratta appunto di esserci, ed essere pervasi dalla nostra presenza e armonia con l’esistente.

Bianche figure umanoidi che si trasformano in figure astratte diventando “nere”, per poi riassumere la loro forma originale, tornando alla “bianchezza” originaria, ma profondamente alterate.

In Scomparsa, edito da Mondadori, Joyce Carol Oates si muove in due direzioni: da un lato abbiamo l’anelito, il ruminare costante del cervello e dell’anima, che potrebbe essere associato allo stato di prostrazione esistenziale caratteristico dell’outsider wilsoniano; dall’altro, c’è la convulsa e totalizzante stasi mistica che porta alla chiarezza e all’amore, anche se non necessariamente alla felicità, e tanto meno all’equilibrio, ma al massimo alla precarietà.

La crescita, l’evoluzione, si conferma nella Oates come una rinuncia a qualcosa per ottenere qualcos’altro, che forse non si è mai desiderato ottenere; anzi, forse è addirittura un rinunciare a se stessi per diventare qualcos’altro, che forse non volevamo diventare, o neanche immaginavamo di poter essere, ma che di fatto siamo; e il paradiso primigenio (la famiglia, la patria, il contesto comunitario in genere), quello che dobbiamo abbandonare per evolverci, contiene fin dall’inizio il seme di quel male che deve manifestarsi e che va affrontato, ma non in senso belligerante, quanto piuttosto attraverso una presa d’atto, di coscienza, di comprensione. In poche parole, il male va accettato, accolto e, soprattutto, amato.

Dio non considerava un uomo come un caso. Perché un caso va risolto, mentre un uomo non può essere risolto.

Chi ha già letto altre opere della Oates conosce perfettamente quella tensione etica che la caratterizza, che poi è la tensione etica di chi cerca non tanto di dare una spiegazione del mondo o, ancora, del male, quanto piuttosto di elevarlo, o elevarsi, a un livello tale che questo male venga compreso, incluso, nell’ordine naturale (e divino?), doloroso e bellissimo delle cose; la felicità non è contemplata perché la felicità implica la completezza, che in natura, in vita, non è raggiungibile.
Ci può essere comprensione, talvolta anche compassione, ma mai felicità, o, meglio non una felicità perfetta, perché l’amore sbaraglia ogni schema e tutto e inonda.
E la felicità non vale l’estasi di un amore profondo, anche se ferito, raggiunto attraverso il dolore e la perdita di sé, e la conquista della propria anima.