Ne La luna e sei soldi, William Somerset Maugham, all’interno della vicenda principale, racconta la storia di un medico che ha lasciato una carriera riuscita e prestigiosa a Londra per esercitare la professione nei bassifondi indiani. Nello sconcerto dei suoi ex pari, quello che emerge dal racconto è che il dottore ha trovato in India un posto che sentiva suo, che sentiva affine alle sue più profonde ambizioni, che lui stesso ignorava. Il succo della vicenda, che si allarga anche alla storia principale, è che ci sono dei luoghi dell’anima che hanno una personalità propria, e che riconoscono le persone che rispecchiano la loro indole, e le trattano da pari a pari, con ruvidezza e cordialità, creando una sorta di magia inspiegabile ai più.

C’è dunque questo greto che sembra un grembo, che fa di Firenze una città in eterno divenire, città straniera che ha sue coordinate e ha tempi immobili, apparentemente immobili, con orologi che sono da rimettere su lancette artistiche: qua l’unica ora legale consentita pare essere ora di carta, ora di onda, ora di sguardi, ora di silenzio, ora di nulla.

Firenze Mare, scritto da Simone Innocenti e pubblicato da Giulio Perrone Editore, sembra una guida letteraria, ma in realtà è l’esplorazione di una città che è anche un’isola, che è anche oceano e che è anche universo a sé stante; ma soprattutto è l’indagine di un umore, di un modo di vedere la vita e quindi l’arte e la scrittura, di vivere la scrittura, di trasmettere al mondo una sensibilità individualista, personale, ma anche fortemente comunitaria.

Il libro di Simone Innocenti è un inno al genius loci fiorentino, nel senso più materiale del termine: l’esplorazione che viene fatta attraverso strade che si sposano a voci, ognuna diversa eppure tutte unite da un qualcosa, da quello specifico qualcosa ricollegabile alla fiorentinità, un qualcosa di aspro, talvolta rabbioso, talvolta eccessivo, carnale e poetico, lunare ed enigmatico.

Firenze, nella parole di Innocenti, si nutre delle voci che le danno voce, anche delle più eccentriche, soprattutto delle più dimenticate; c’è un patto di sangue tra la città e chi la abita, chi la vive, chi le entra nel sangue, chi riesce a gestirne le onde, le risacche, le mareggiate. Firenze è un’isola, orgogliosa della sua identità, diffidente verso i suoi ospiti, e per questo misteriosa e affascinante.

A volte a nuotare si incrociano mondi che mica ti aspetti. E Firenze proprio questo ha di bello, che ci trovi universi indomiti e marosi improvvisi: non puoi fare altro che assecondarla, questa onda che ti spinge. Ti spinge fino a quando non capisci che l’onda non è una semplice onda, ma il moto lento, la nenia di un tempo, la culla che veglia. È questo mare, quello odoroso e colorato, quello dei locali e dei musei, quello delle viuzze e delle piazze, quello che gioca a nascondino col giorno e con la notte, che ha visto tutto. Tutto di tutti. Compreso tutto di voi che ormai siete Firenze. Firenze mare.

Firenze mare s’immerge in una Firenze mobile e allo stesso tempo ben piantata su se stessa, puntuta e generosa, provinciale e cosmopolita, affamata di personalità e di talenti e generosa nell’offrir loro materia di scrittura, d’arte e di riflessione. Cicognani, Delfini, Coccioli, Landolfi, Baldanzi, Manganelli, Santoni, Aiolli, D’Isa, Stancarelli (e cito solo alcuni degli autori a loro volta citati in Firenze mare), sono voci diversissime, introverse ed estroverse, angolari o celebrate, tutte comunque cariche, caratteristiche, efficacissime nel rendere questo rompicapo che quando pensi di aver trovato una chiave di lettura ti manda tutto all’aria, e ti travolge, con le sue acque, con i suoi cieli e la sua bellezza dell’anima.