Ci sono quei momenti nella vita in cui devi darti una spiegazione. Sono momenti che non sempre coincidono con un evento in qualche modo traumatico, ma che il più delle volte arrivano quando il momento di crisi dovrebbe essere bello che superato. E forse è per questo che quei momenti danno sui nervi: perché ti sei illuso che, diamine, hai superato la crisi, che sei stato bravissimo e che è andata molto meno peggio di quanto pensassi.
Il problema è che i momenti di crisi sono come i pestaggi: lì per lì si è troppo presi dal panico per prenderne atto sul serio, e il dolore arriva qualche tempo dopo aver ricevuto il colpo. Di fatto, si confonde il superamento della crisi con lo smaltimento dello shock iniziale nei confronti di ciò che l’ha provocata. Ti sei armato (o, almeno, sei diventato consapevole delle tue armi), ma sei ben lontano dall’aver affrontato la battaglia.

Ne La stanza di Therese, Francesco D’Isa racconta di questo tipo di guerra, un tentativo di definizione (controllo?) sull’infinito e sul nostro rapporto con esso.

Therese, che dopo un grave incidente si rinchiude in una stanza d’albergo a duellare con il concetto che l’ha sempre ossessionata, è una persona che ha un profondo bisogno di una soluzione, di un punto fermo, di una qualche coordinata esistenziale, di un’assolutezza che trascenda i suoi rapporti con la famiglia, con il prossimo in genere, con una vita che la protagonista cerca di osservare aldilà dei suoi limiti contingenti, trascendendo la sua vita particolare per conquistare la Vita in generale; per raggiungere tale obbiettivo, Therese sferra assalti frontali, laterali, pianifica manovre di accerchiamento, scava in profondità e al contempo attacca dall’alto, e racconta ogni sua strategia di conquista dell’assoluto a sua sorella che, insofferente e preoccupata, ogni volta la riporta con i piedi per terra, frustrandola da un lato e alimentandola (anche solo per reazione) dall’altro. L’accettazione delle cose come sono è improponibile, limitarsi ad esaminare ciò che abbiamo sotto gli occhi inaccettabile; e Therese avanza, spavalda e agguerrita, con il coltello tra i denti, scavandosi sentieri nella giungla dell’indefinito, vagliando ogni segnalazione fornita da altri esploratori (Jung, Eckhart, Aristotele, giusto per fare qualche nome), determinata ad arrivare al punto ultimo delle cose.

Cos’è che ancora non vedo? La possibilità? La contraddizione? Cosa accadrebbe se i limiti tra atomi, cellule, organi, persone e pianeti venissero riscritti all’improvviso, come se fossero delle mappe politiche, o e addirittura si cancellassero?

E le cose si fanno interessanti quando le azioni di Therese da bellicose diventano esplorative, e la nostra passa da un approccio inquisitore a uno stato recettivo e immersivo, con un assoluto che diventa mutevole, e ci permea, ci accoglie, ci coinvolge, ci amplia e al contempo ci definisce.

Non ci è dato di sapere se Therese supera in via definitiva la sua crisi personale, o se tale crisi semplicemente si allarga; possiamo immaginare che il momento critico diventi pungolo di un’ulteriore viaggio non verso qualcosa, ma in qualcosa: Therese smette di indagare il tutto e comincia a vivere l’indagine con tutta se stessa, coinvolgendo anche il suo sentire, senza cercare un altro da se ma vivendo l’indefinitezza, e accogliendola come sfaccettatura di quell’infinito che l’ossessiona, e riuscendo, forse, ad andare avanti.

Con amore,
Therese.