L’estetica accampa, nei confronti degli artisti, pretese di giorno in giorno crescenti, i critici richiedono obbligatoriamente quella stessa perfezione che suppongono di trovare nei classici: un attimo di presunto cedimento, e già l’artista cade in disgrazia. Si alimenta così un clima che favorisce lo studio della letteratura, non però la creazione letteraria. Che deve fare l’artista per sopravvivere in un mondo acculturato, un mondo di eruditi? È una domanda che mi tormenta, alla quale non ho ancora trovato risposta. Forse sarebbe meglio scrivere gialli, e produrre arte là dove nessuno se l’aspetta. La letteratura deve farsi sempre più leggera fino a non pesare niente sulla bilancia della critica letteraria odierna: solo così potrà di nuovo avere peso.
(Le scintille del pensiero – Fredrich Dürrenmatt)

Ne Il matrimonio del signor Mississippi, Dürrenmatt racconta uno sposalizio tra due omicidi vissuto come reciproca espiazione del proprio delitto. Tra i due naturalmente non c’è amore, ma solo il dare per scontato il rispetto del patto (imposto dalla parte maschile della coppia, un magistrato), ma dato che Anastasia, la moglie, è una puttana che passa immutata attraverso la morte, le cose non andranno come l’integerrimo Mississippi sperava. E allora giù di massacro (come capita in buona parte della commedie di Dürrenmatt).

Non so perché ho citato all’inizio di questo commento un brano che con il testo di cui voglio parlare non c’entra nulla. Forse perché Il matrimonio del signor Mississippi è una storia di una leggerezza cristallina, e tuttavia seria in modo inquietante, in cui i personaggi sono disincarnati, attaccati soltanto a quello che vogliono rappresentare, non emancipandosi mai dallo stato di pure metafore. E va bene così, perché proprio per questo ci troviamo davanti a una commedia divertentissima, che dal suo essere meramente simbolica trae una forza iconoclasta che si sposa alla perfezione con il grottesco della vicenda.

In un’altra commedia, Un angelo giunge a Babilonia, Nabuccodonosor dichiara che non c’è faccenda del suo impero in cui non possa entrare il boia. E in Mississippi, difronte al boia, tutto, tutto, tutto perde d’importanza: la legge, il desiderio di giustizia, l’impossibilità della giustizia, l’insensatezza di tutte le cose davanti alla morte, l’insensatezza salvifica e precaria dell’amore; e anche l’insensatezza di quanto appena visto o letto, e tutto si precipita in una deriva nichilista, empatica ed eccentrica.
E forse la letteratura senza peso che auspica Dürrenmatt (di cui sarebbe interessante conoscere l’opinione riguardo alla letteratura contemporanea, di solito iperconsapevole di se stessa) non è altro che una letteratura che sia in grado di immergersi con acume e serenità in quell’assurdo generale appena mascherato da una parvenza di ordine, e che poi si goda (e faccia godere) tutto quello che succede, tutto quello che incontra, tutto quello che suscita.