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Andiamo avanti per fede senza sapere dove cavolo siamo diretti

Con L’Età di mezzo, edito da Mondadori, Joyce Carol Oates ha smesso di essere una scrittrice ed è diventata uno stato mentale.
La cosa divertente è che L’età di mezzo non è nenache il mio romanzo preferito della Oates, per quanto mi sia piaciuto tantissimo. Quello rimane Blonde. Ma L’età di mezzo, assieme forse a Una famiglia americana, distilla perfettamente quei temi che la Oates tratta e che sento come miei: il dover fare i conti con se stessi, con la perdita, con la colpa, con l’inadeguatezza, con la cosciente e vigliacca consapevolezza di non aver seguito le proprie più profonde ispirazioni per rinchiudersi in un bozzolo di confortevole e appagata infelicità, condivisa da persone pronte a sostenerti nei momenti d’oro per abbandonarti in quelli bui, che ti sono vicine ma che non vogliono conoscerti.

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Seguiranno altre rivelazioni

Nel retro di copertina di Mostri che ridono, pubblicato da Einaudi, Jonathan Franzen dice che spera che Dio abbia il senso dell’umorismo dell’autore del romanzo, Denis Johnson.
Da parte mia, il Dio che mi piace di più è quello ritratto da Lars von Trier in Dogville prima e Manderlay poi: un qualcuno capace di esercitare una volontà insindacabile, crudele, incomprensibile e del tutto arbitraria, e tuttavia di una linearità e di una logica nettissime, intuibili più che comprensibili; un Dio che non si preoccupa di capire noi e che rimane perplesso difronte ai nostri tentativi di capire lui, nonché piuttosto incavolato quando noi cerchiamo di spacciare la nostra volontà per la sua.

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Le migliori lettere del 2016

Che dire.
Quest’anno ho letto parecchio, più del solito; ergo, stilare una top five (che poi erano four, ma tant’è) come ho fatto l’anno scorso (potete dare un’occhiata qui, se vi interessa) non è stato affatto semplice.
Comunque:

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Tutti siamo un corpo e un luogo ma a volte non lo sappiamo

La prima volta che ho visto Lucia alla scuola d’arte era seduta nel giardino della scuola dietro ad una quercia, ma non guardava l’albero stava fissa sull’ombra dell’albero, Lucia seguiva le ombre dei vasi, delle braccia, le ombre dei lampadari, lei sembrava in contatto con quel mondo lì non le importava il resto.
Io mi ero preso una cotta per l’ombra di Lucia, la seguivo ovunque mi ci sdraiavo la stavo ad ascoltare quell’ombra che aveva un sacco di cosa da dire.

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Entra nella mia anima e la mia anima sarà sanata

Pensava al paradosso di Zenone, l’infinito nel finito.
Ogni passo è una frazione dell’intera distanza. L’intera distanza è inattingibile dall’esperienza.
Nel paradosso di Zenone la meta non si raggiunge mai.
Nel paradosso di Zenone si è in uno stato di perpetuo anelito.

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Irrazionale da sedurre immediatamente

Prima di divorarle, il gufo digerisce mentalmente le sue prede. Non si fa mai carico di un topo intero senza prima formarsi un concetto di ciascuna delle sue parti. La consistenza dell’alimento che palpita tra i suoi artigli passa sminuzzato nella coscienza e prefigura l’operazione analitica di un lento divenire intestinale. Siamo davanti a un caso di profonda assimilazione riflessiva.

Ho conosciuto il Bestiario di Juan José Arreola (edito da SUR) nel contesto dell’Italian Book Challenge, per la categoria Libro che ha per protagonista un animale. Come si evince dal titolo, qui gli animali sono parecchi, e sono raccontati con un’eleganza selvatica e spontanea che ha del soprannaturale, tanto più tenendo conto che, stando a quel che ci racconta José Emilio Pacheco nella sua bellissima postfazione, questa raccolta è stata da questo scritta sotto dettatura dell’autore.

Il manto del lama è di impalpabile morbidezza, ma i suoi crini sono cesellati dal duro vento delle montagne, dove passeggia arrogante, alzando il collo slanciato perché i suoi occhi si riempiano di lontananza, perché le sue fini narici assorbano ancora più in alto la distillazione sublime dell’aria rarefatta.

Il Bestiario non si limita ad essere una sarabanda di penetranti caratteri animaleschi proprio perché animali non si limitano ad essere un riflesso dell’umano, ma riescono a incorporare diretti approcci alla vita e alle idee nel senso più filosofico ed esistenziale dei termini: non si tratta né di antropomorfizzazione dell’animale (perché vorrebbe dire svilire la bestia) e nemmeno di animalizzazione dell’uomo (perché vorrebbe dire destrutturare la persona), ma solo di un’esplorazione, leggera e divertita, del mondo e del cosmo, dove gli animali descritti traducono in atti un sentire, una consapevolezza di loro stessi che la voce narrante si limita a registrare e a riproporre, lasciando al lettore il piacere e il divertimento di trovare le assonanze.
Il riconoscersi in questi ritratti animaleschi diventa inevitabile e vagamente perturbante, proprio perché non ci sono trucchi o forzature; e quello che appare è il carattere autentico e sano della bestia, carattere che l’uomo è a malapena riuscito ad addomesticare, facendo danno a sé stesso e all’ordine naturale.

Già molti millenni prima (quanti?), le scimmie decisero il loro destino opponendosi alla tentazione di essere uomini. Non caddero nel progetto della ragione e pertanto sono ancora in paradiso: caricaturali, oscene e libere a modo loro. Le vediamo adesso nello zoo, come in uno specchio depressivo: ci osservano con sarcasmo e con una certa pena, perché continuiamo a esaminare la loro condotta animale.

E il Bestiario si rivela un’opera divertente, simpatica ed eccentrica che spicca per la sua naturalezza, raccontata con coerenza leggiadra, delicata e puntuta, spontanea, acuta e scevra di qualsiasi sfumatura di giudizio (ama il prossimo malandato e spregevole, recita lo splendido prologo) ; una lettura rinfrescante e ricca, forastica e rigenerante, capace di catturare sensi e intelligenza.

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Una luce più nera delle tenebre più fitte

And I heard, as it were, the noise of thunder:
One of the four beasts saying: “Come and see.” And I saw.
And behold, a white horse.

There’s a man goin’ ’round takin’ names.
An’ he decides who to free and who to blame.
Everybody won’t be treated all the same.
There’ll be a golden ladder reaching down.
When the man comes around.

L’enciclopedia Treccani descrive come “religione” come quel complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità, oppure il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso. Più avanti, si dice che il termine viene dal latino religio, parola di discussa etimologia, con cui gli antichi Romani indicavano un tipo di atteggiamento di fronte a determinate cose (per esempio tombe o genitori); malgrado i caratteri specifici del concetto romano di religio (religiosum, in latino, è distinto da sacrum), con il cristianesimo il termine si è esteso a tutto quanto riguardava il rapporto dell’uomo con Dio.

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L’umano e poi ancora l’umano

Nonostante le mie vicissitudini, e sono state tante, resto di quelli che pensano che le sole cose indispensabili alla vita umana siano l’aria, il mangiare, il bere e l’evacuare, e la ricerca della verità. Il resto è facoltativo.

Le Benevole di Jonathan Littell, pubblicato da Einaudi, è un romanzo che per due terzi è bellissimo, mentre l’ultima parte perde la strada e non la ritrova più. A partire dall’indagine sulla morte del patrigno e della madre del protagonista, l’ufficiale nazista Maximilien Aue, la tensione cala in maniera verticale, la narrazione sbanda, vengono infilati personaggi trattati con superficialità e stridenti con quanto raccontato in precedenza (Hélène) ed episodi che ribadiscono in maniera ridondante situazioni già lampanti (la parte ambientata in Pomerania).

Il problema sta nel fatto che, con l’entrata in scena dei due mastini della polizia tedesca Waser e Clemens, la ricerca della verità condotta (a suo modo) da Aue viene quasi sostituita dal tallonamento di un colpevole inconsapevole di esserlo (sempre Aue); e se è vero, come credo, che i due sbirri stiano a simboleggiare le implacabili Erinni, lascia ancora più perplessi la goffaggine della conclusione, talmente sciatta che sembra presa e messa lì giusto per chiudere il discorso.
Ed è veramente un peccato, perché oscillando tra Oreste e Edipo, il protagonista si propone come oggetto e soggetto d’ (auto)indagine, in un approccio da tragedia greca privo di pathos, di grandezza e, soprattutto, di catarsi.

Maximilian Aue è un mero funzionario che china la testa a chiunque gli parli con autorità, fedelissimo a un senso del dovere ottuso, irragionevole e infantile, e ben inserito, malgrado gli inevitabili screzi perlopiù lavorativi, nell’organigramma e nel modo di pensare nazista; e forse è proprio per questo che l’intrusione della normalità (un’inchiesta per omicidio) suona stonata, perché il legame, seppur visibilissimo, tra i crimini privati e quelli istituzionali del nostro, risulta fin da subito troppo didascalico, ergo fastidioso e privo di mordente etico e di spessore morale.
Questo accade perché Littell, fino a quel momento, non ha considerato la ferocia dell’atto violento nel suo compiersi, ma si è concentrato su quella che serpeggia tra le infinite riunioni operative, i meeting organizzativi, gli incontri istituzionali, i rapporti da inviare, i dati da rivedere, le procedure da seguire.

Bisogna tener conto di tutte quelle persone e tutte quelle istituzioni, che svolgevano ciascuna il proprio ruolo, ma che si addossavano anche la colpa a vicenda, e criticavano anche me, lo facevano tutti, nessuno escluso, credetemi, insomma, era un casino, un vero parapiglia, che ha fatto sì che alla fin fine la maggiore parte degli ebrei deportati sia morta, subito intendo, gasati prima ancora di essere messi al lavoro, perché pochissimi di quelli che arrivavano ad Auschwitz erano abili, erano perdite notevoli, forse il 70 per cento, nessuno lo sa con certezza, e a causa delle quali dopo la guerra si è creduto, ed è comprensibile, che quello fosse lo scopo dell’operazione, uccidere tutti quegli ebrei, quelle donne, quei vecchi, quei bambini paffutelli e in buona salute, e così non si capiva perché i Tedeschi, proprio mentre stavano perdendo la guerra ( ma forse all’epoca lo spettro della sconfitta non era poi tanto chiaro, perlomeno dal punto di vista tedesco), si ostinavano ancora a massacrare degli ebrei, a mobilitare grosse risorse, in termini di uomini e treni, soprattutto, per sterminare delle donne e dei bambini, e quindi dato che era incomprensibile, lo si è attribuito alla follia antisemita dei Tedeschi, a un delirio omicida ben lontano dall’idea della maggior parte dei partecipanti, perché in realtà, per me come per tanti funzionari e specialisti, la posta in gioco era fondamentale, cruciale, trovare manodopera per le nostre fabbriche, qualche centinaio di migliaia di lavoratori che forse ci avrebbero permesso di capovolgere il corso degli eventi , volevamo degli ebrei non morti, ma vivi e vegeti, validi, preferibilmente maschi , ma gli Ungheresi volevano tenersi i maschi o almeno buona parte di loro, e dunque la cosa era già partita male, e poi c’erano le condizioni di trasporto, deplorevoli, e Dio sa quanto ho litigato su questo argomento con Eichmann.

Maximilien Aue somatizza la violenza che lo circonda (i conati di vomito, le febbri) ma al contempo ne interiorizza la spersonalizzazione: parla spessissimo di produttività, progresso, benessere, e tutto attraverso statistiche, e la questione ebraica è per lui, come per molti, appunto una mera questione, un problema da risolvere.
Littell ci mostra con crudezza quasi insopportabile quella cultura del numero che rende l’antisemitismo uno strumento per fare carriera (Eichmann), e i conteggi dei morti di Aushwitz come un dato di cui tener conto per migliorare le prestazioni lavorative, un dato che ci si limita a riportare su un rapporto da sottoporre a un superiore, che probabilmente lo ignorerà o, nel più fortunato dei casi, lo rimpallerà a qualcun altro.

In tutte le società, in ogni epoca, i problemi sociali sono stati oggetto di arbitrato fra i bisogni della collettività e i diritti dell’individuo, e hanno pertanto prodotto un numero di risposte tutto sommato molto limitato: schematicamente, la morte, la carità, o l’esclusione (soprattutto, storicamente, sotto forma di esilio esterno). I Greci esponevano i figli deformi; gli Arabi, riconoscendo che costituivano, dal punto di vista economico, un peso troppo gravoso per le loro famiglie, ma non volendo ucciderli, li mettevano a carico della comunità, con il meccanismo della zakat, l’elemosina religiosa obbligatoria (una tassa per le opere di bene); ancor oggi, da noi, esistono per questi casi degli istituti specializzati, per evitare di affliggere i sani con lo spettacolo della loro disgrazia. Tuttavia, se si adotta questa visione globale, si può constatare che almeno in Europa, a partire dal XVIII secolo, tutte le diverse soluzioni ai vari problemi – il supplizio per i criminali, l’esilio per i malati contagiosi (lebbrosari), la carità cristiana per gli idioti – sono confluite, per influenza dell’Illuminismo, verso un tipo di soluzione unica, applicabile a tutti i casi e declinabile a piacere: la reclusione istituzionalizzata, finanziata dallo Stato, una forma di esilio interno, per cosi dire, a volte con una pretesa pedagogica, ma soprattutto con una finalità pratica: i criminali in prigione, gli ammalati all’ospedale, i pazzi al manicomio. Come non vedere che queste soluzioni cosi umane erano anch’esse frutto di un compromesso, erano rese possibili dalla ricchezza e in fin dei conti restavano contingenti? Dopo la Grande guerra molti hanno capito che non erano più adeguate, che non bastavano più a far fronte alla nuova portata dei problemi, per via della riduzione delle risorse economiche e anche del livello, un tempo impensabile, della posta in gioco (i milioni di morti della guerra). Occorrevano nuove soluzioni, le abbiamo trovate, perché l’uomo trova sempre le soluzioni di cui ha bisogno, e perché i paesi cosiddetti democratici le avrebbero trovate anche loro, se ne avessero avuto bisogno.

Bene e male sono categorie che non hanno senso nel mondo nazionalsocialista raccontato ne Le Benevole, perché si perdono nei gangli delle frastagliate gerarchie che lo compongono; e arriviamo così a una geografia dell’orrore più larga che profonda, anzi vuota in maniera terrificante, ineffabile e invisibile ai singoli individui che la compongono, proprio perché ampia e macchinosa, e così automatizzata in microdoveri da diventare abitudine.
In cui la colpa non ha posto, e il pentimento una cosa da bambini.

Henry James, circa 1906, the year he completed his revised version of The Portrait of a Lady

Il Maestro e il Buddha

Qualche giorno fa mi è capitato che una persona che non vedo da un po’ si sia rifatta viva con me tramite social, chiedendomi in pratica di riallacciare i contatti.
Il mio primo pensiero è stato di rispondere una cosa del tipo prendi un ombrello, arroventane la punta, ficcatelo tutto intero su per il retto e poi aprilo, ma per fortuna difficilmente seguo il mio primo impulso, e pertanto mi sono limitata ad ignorare la richiesta. Per contro, però, ho fatto una cosa di cui non vado per niente fiera: sono andata a curiosare sui suoi vari profili per vedere che combinava, giusto per appurare se fosse il caso di provare soddisfazione o rammarico per il suo tentativo di rientrare in contatto con me. Com’è ovvio, appena il mio cervello ha ripreso a funzionare, ho chiuso tutto e mi sono imposta di pensare ad altro; e questo altro è stato un breve romanzo di Henry James pubblicato da Adelphi che ho letto poco più di un mese fa, La Lezione del Maestro.

Questa persona che mi ha ricontattato non sa che ce l’ho su con lei/lui, anzi, credo che non ne abbia il minimo sospetto (è assai raro che conceda alle persone il privilegio di litigare con me, ma questa è un’altra storia). Semplicemente, ho chiuso i rapporti in maniera abbastanza definitiva (o almeno così pensavo), ribadendo la mia stima per la sua figura intellettuale (che conservo tuttora) ma sottolineando quella differenza di indole e obbiettivi che rendeva (e rende) impossibile una collaborazione. Questa persona è stata uno/una dei più grandi maestri che abbia mai avuto la s/ventura di incontrare, e avere a che fare con lui/lei è stata una delle esperienze più istruttive e sconcertanti che mi siano mai capitate.

Come Paul Overt, protagonista del brevissimo romanzo di James, mi sono trovata alla fine di tutta la vicenda a chiedermi se questa persona mi avesse raggirata per tutto il tempo o se mi avesse impartito le sue lezioni, decisamente incoerenti con il suo (pessimo) comportamento, nella più candida buona fede; e, sempre come Overt, sono conscia di aver imparato molto, ma che cosa abbia realmente imparato resta ancora un mistero, tanto più che le cose che mi sono state insegnate si sono rivelate di una verità glaciale, ma non nel senso che credevo io.

Henry James sembra suggerire che, contrariamente a quanto recita il famoso adagio, uccidere il Buddha che incontriamo per la strada non è la soluzione ideale, e che forse la sua presenza serve a tirar fuori la nostra vera natura, che imparare è un processo molto più trasversale, ambiguo e venefico di quanto possiamo immaginare, e che riesaminarsi è sempre cosa buona e giusta.

Quando incontri il Buddha per la strada, uccidilo, afferma il motto a cui mi riferivo prima.
Io mi accontenterei anche solo di un pugno sul naso.

sanmichele

L’Angelo Custode

Nel secondo romanzo che vede protagonista l’ispettore Gerri Esposito si scava parecchio, in senso fisico ma soprattutto in senso metaforico; e se già ne I Figli sono Pezzi di Cuore il percorso umano del nostro eroe si approfondisce di pari passo con il caso da risolvere, in Angelo che sei il mio Custode (sempre edito da E/o) Giorgia Lepore preme ancora di più sull’acceleratore, tanto che più volte l’indagine psicologica ruba la scena a quella poliziesca.
Lungi dall’essere un limite, questa esplorazione dei cunicoli mentali dell’ispettore Esposito (e non solo i suoi), che si va a intrecciare all’investigazione che segue il ritrovamento del cadavere di un bambino, è anzi il punto di forza della narrazione, tanto più che, a un passo dalla conclusione, la suspence non si gioca tanto sulla risoluzione del caso, quanto piuttosto sulla tenuta emotiva e psicologica del protagonista, che solo se supererà le rivelazioni capitategli tra capo e collo riuscirà a chiudere l’indagine.