Il ricordo più significativo delle stagioni che ho fatto in libreria è quello di una signora che, a causa di un problema con il pos, aveva dovuto aspettare un paio minuti prima di poter pagare i suoi acquisti, e che aveva commentato: “Qui c’è da fare la fila per ogni cosa, come nei campi di prigionia”.
Ogni volta che ci ripenso, quello che mi lascia perplessa non è tanto la sproporzione tra il problema e l’esternazione della donna (e la sua profonda idiozia, ma questo va da sé), quanto piuttosto il dare ogni servizio o agio per scontato, la sicurezza che le cose debbano sempre andare in una certa maniera (perché si è in vacanza in una località di lusso? Perché si è nati nella parte giusta del pianeta? Perché si è ricchi?) e che ogni intoppo sia percepito come un torto, una minaccia a uno stato di benessere che non deve essere incrinato.
Perché la signora era davvero turbata dal fatto che la linea del pos fosse saltata, che la persona davanti a lei avesse dovuto ripetere l’operazione e che lei avesse dovuto aspettare.

Dopo aver letto Quelli erano giorni (Tempesta Editore), mi sono chiesta come il narratore Sârva, che nei campi di concentramento ci era stato e che la guerra l’aveva fatta, avrebbe reagito all’uscita di quella signora. Mi sono risposta che probabilmente le avrebbe a malapena dedicato un sospiro, o uno sguardo rivolto verso l’alto, perché quando si rimane coinvolti in prima persona nell’assurdo più atroce, probabilmente non ci si fa coinvolgere da chi neanche si accorge dell’insensatezza generale.

Il mangiare fa schifo e il freddo e tornato, siamo in novembre, la scorsa estate ero sicuro che non sarei riuscito a superare un altro inverno. Ora eccomi qui, inesorabilmente aggrappato alla vita, mi resta solo la volontà di non morire e l’ingegno per sopravvivere.

Quelli erano giorni racconta una storia vera che l’autore Romeo Vernazza, figlio di Sârva, riesce a rendere universale attraverso la percezione della completa follia di ciò che accade. Perché il pellegrinaggio del nostro protagonista (che, dalla quotidianità, passa attraverso la guerra, il lager, la miniera, fino al ritorno a casa) è delirante ancor prima che feroce; e l’impressione che se ne ricava è che tutti siano pupazzi manovrati da non si sa cosa, e la cui unica possibilità di riscuotersi alla vita sia data dalla netta e lucida e disperata percezione dell’assurdo.

C’è un che di vonneguttiano (ma più dalle parti di Madre Notte che del Mattatoio), in Quelli erano giorni, che deriva dalla consapevolezza di una vita che viene ridotta ai minimi termini e messa in contatto con la sua più pura essenza: Sârva è ridotto alla nudità sotto tutti i punti di vista, e con questa nudità deve fare i conti, e conviverci, e usarla per ricostruire se stesso, aldilà di ogni percezione, aldilà di ogni definizione d’identità individuale.
Sârva si trova a confrontarsi con il suo corpo, con legami che non debbono venir dati per scontati, con quell’intima forza che tiene in piedi gli uomini che vengono privati di ogni struttura e coordinata.

Piove quasi sempre qui, una pioggia sporca, mista a neve, intrisa di fumo, petrolio e polvere da sparo. La natura di quei posti si è trasformata in uno scenario artificiale improvvisato, un teatrino di ignavi che si ammazzano sotto gli occhi di un pubblico distratto. Ogni mattina la nebbia sale dal terreno. Quasi una benedizione, perché noi non vediamo niente, ma anche i greci non vedono niente. E nel niente noi si sta lì, senza vedersi in faccia, di qua e di là, ognuno con la propria pena.

Il fatto è che in guerra, come in miniera, come nel campo di concentramento, come nella vita cosiddetta civile non è tanto l’atrocità del carnefice che ci lascia sconvolti, quanto, ancora una volta, il completo sbalestramento etico e etico, e lo smembramento di qualsiasi concetto di umanità che conosciamo; e che di Sârva, e di ogni sopravvissuto, resta soltanto un nucleo indefinibile che spinge ad andare avanti, un qualcosa composto da consapevolezza, voglia di sopravvivere e bisogno di riconoscersi come parte di un insieme che è stato dilaniato e polverizzato dal suo interno.

L’esperienza diretta dell’assurdità, della totale assenza di intelligenza nella gestione del mondo, non può che portare al vivere la propria solitudine con consapevolezza e pacatezza, riuscendo a fare della passata nudità un modo in cui riplasmare il proprio essere e ridefinire il rapporto con la vita. Perché l’essere consapevoli della basicità dell’esistere è un’esperienza estrema, ancor più della cattiveria e della sopraffazione, che comunque sono comprensibili; e lo sbigottimento di Sârva davanti al nonsenso che invade tutto, unito al suo ribellarsi attraverso la più semplice, generalizzata ed elementare (ma eroica) compassione è un qualcosa che lacera la pagina e scuote il lettore nell’intimo, e che resta, a prescindere dal particolare fatto storico, trasformando l’esperienza di una persona in un qualcosa che ci riguarda tutti, aldilà di ogni contingenza e contesto.

Spesso bisogna faticare per morire, sbatterci la testa su una pietra una, due, tre volte, urlarci basta, basta, per favore, cercate di morire che non sopportiamo più di vedervi contorcere nel fango, con i budelli in mano, guardarci con lo stupore di un bimbo che ha perso la strada di casa.

E il valore dell’opera di Romeo Vernazza sta proprio nel suo essere non solo un devastante documento storico, ma soprattutto una disturbante testimonianza esistenziale, capace di suscitare quel disagio di cui si vorrebbe cancellare traccia per evitare di indagarne le colpe, e le responsabilità, nonché la consapevolezza della nostra precarietà che ne deriva.
E che invece, mai come oggi, è importante sentire e coltivare.