Ecco la grande imprenditrice che non sa più a che sento votarsi. Guardatela, osservate le sue nuove abitudini: va dallo psichiatra e pensa solo al sesso. Un’unica cosa si salva nella mia penosa situazione: pago l’uomo che mi scopa.

Il più grande pregio di Uomini nudi (edito da Sellerio) sta nell’abilità con cui l’autrice Alicia Giménez-Bartlett illustra come ogni essere umano sia pronto a riconoscere come normale e addirittura legittima quell’oggettificazione che lo rende infelice, che è labile, ma che gli garantisce la permanenza in un inferno che si sceglie ogni giorno e che può essere rimpiazzato solo da un inferno ancora peggiore. E per mantenere il proprio posto nel proprio girone, ecco che tutti si prostituiscono, in un modo o nell’altro, e nessuno si identifica e si mostra come essere umano sensibile: la nudità diventa metafora di una miseria non solo economica, ma soprattutto emotiva e culturale.

Il costante e discreto richiamo a Delitto e Castigo, che esplode in tutto il suo sarcasmo nel perfido e beffardo finale, sottolinea e rinforza il ritratto di una situazione umana trasversalmente sordida, meschina, universalmente povera, e di conseguenza crudele; e tuttavia questa crudeltà non miete vittime, perché tutti sono complici, incapaci di guardare le perversioni disumanizzanti del meccanismo sociale che gioca con le loro vite e con quel desiderio di status che ormai fa da sostituto al senso di identità.

Ogni scelta che facciamo determina delle conseguenze e queste, a loro volta, determinano altre conseguenze. Se anche scegli di non fare niente non risolvi nulla, perché anche l’inazione genera conseguenze. E tutto va avanti così fino a quando muori. Il primo grande errore che commette l’essere umano è non suicidarsi non appena è in grado di farlo.

Alicia Giménez-Bartlett è cruda e agghiacciante nel descrivere il pantano interiore (ancor prima che esteriore) e la totale mancanza di prospettive in cui si muovono i suoi protagonisti: non salva la ricchezza, che anzi acuisce il desiderio di dominare e umiliare il prossimo, visto come un sottoposto di cui si può disporre in piena libertà o un mero oggetto sul quale sfogare il proprio rancore o il proprio male interiore (Irene, imprenditrice abbandonata dal marito e dalla sua missione aziendale), e non salva la cultura, che o rinchiude chi la vive in una fortezza altezzosa di pseudo-superiorità che non viene demolita neanche dai fatti (Javier, ex-professore di liceo, novello stripper e prostituto nonché aspirante redentore dall’immaginazione poverissima e stereotipata), oppure risulta distante e scollata da un quotidiano accettato acriticamente (Ivàn, che smette di leggere Delitto e Castigo, il primo libro della sua vita, perché ritiene le crisi di coscienza di Raskol’nikov irragionevoli e cretine).

Uomini nudi è un racconto profondamente cinico, e il suo cinismo è, per fortuna, privo di quel furore moraleggiante (quella che io chiamo Sindrome di Palahniuk) che sa tanto di imbonitore furbetto: l’autrice non pontifica e non fa proclami ma indaga, scava, caratterizza, stratifica, e sono i personaggi a costruirsi la propria particolare dannazione, usando come mattoni il rifiuto di vedere nell’altro un essere umano magari diverso ma ugualmente complesso e sofferente e la fuga dalle proprie carenze e dalla propria complessità, proiettandosi verso un esterno che esige l’anima senza dare niente in cambio.
Perché se non sappiamo chi siamo, se non c’interessa sapere chi siamo e cosa ci accomuna agli altri, se smettiamo di sentirci umani, se smettiamo di essere umani, un’etichetta diventa indispensabile, e uno status che ci identifichi, per quanto degradante, per quanto deprimente, diventa l’unico modo con cui ci rapportiamo con gli altri, con cui ci mostriamo agli altri.
E si fa di tutto pur di non rimanere nudi.