Quando si dice che in un giorno può succedere di tutto; quella è una verità, una verità maestosa. Non dobbiamo fare altro che fermarci e ammirarla. Ogni giorno ricapitoliamo il passato e azzardiamo il futuro. Ogni giorno ci succede il riassunto di ciò che siamo. Non esiste il momento che cambia la vita, quel momento si somma semplicemente al regesto giornaliero. Niente è decisivo, tutto è pretesto a noi stessi.

Se, come dice Vittorio Alfieri, leggere vuol dire profondamente pensare, Tokyo transit, romanzo di Fabrizio Patriarca pubblicato da 66thand2nd, si pone come esperienza meditativa di tutto rispetto.

La Tokyo di Patriarca rifugge ogni esotismo e si presenta come una città di naufraghi fieri e nauseati dal proprio spiaggiarsi, una città mordi-e-fuggi e porto stabile per anime precarie, in fuga da un vuoto carico di angoscia per (cercare di) precipitare in un vuoto che porti all’oblio di sé e del prossimo.

Schiviamo la morte ogni secondo che passa, nessuno che si preoccupi di prendere nota. Nessuno perde tempo a festeggiare. È il rovescio di un’affermazione quasi pedante nella sua tremenda onestà: nessuno muore mai al momento giusto. È la vita baby. Quella forza letale che ti strappa al liquido amniotico. Siamo nati tutti troppo presto. Moriremo tutti, in ogni caso, troppo tardi.

La noncuranza diventa esercizio zen, il contorcimento mentale è fuga da un satori spietato nella sua indifferenza, e i rapporti umani, i legami emotivi, diventano prigioni per anime che cercano l’inconsapevolezza di sé gettandosi nella superficie dell’altro, in una relazione straniata e gelida, nell’uso isterico di droghe.

Tokyo transit si rivela ben presto un’efficace e spietata mappatura di un tipo specifico di disperazione: quella che nasce dal rifiuto di provare dolore e della propria vulnerabilità. E quel rifiuto non è altro che la fuga primordiale, la fuga da se stessi, la fuga da ciò che ci potrebbe identificare per come siamo (fragili) e dalla volontà di trovare il proprio posto del mondo, fuga che trasforma il viaggio in vagheggio.

Bisogna rassegnarsi. Occupiamo la periferia della galassia. Dovremmo darci tutti meno arie. Siamo sul Braccio di Orione. Come a dire che abiti a Hicksville, New York, o che vieni da Torre Angela, Roma. Eccoci qui, ventiseimila anni luce dal centro. Con le dovute proporzioni, ci rigiriamo in un buco di merda. L’ultima merdosa stanza di un merdoso motel affacciato su un merdoso parcheggio. Da questo bugigattolo riusciamo a scorgere appena qualche migliaio di stelle, una fettina di universo, un ritaglio appannato dalle polveri cosmiche. Anche la vista, insomma, non è un granché. Ma ecco, ascoltate: generazioni di poeti vengono a farci il filo celebrando lo splendore della natura. Mandiamoli serenamente a cagare. Non hanno visto un cazzo, dello splendore della natura.

La fuga come separazione più interna che esterna, perché i tre protagonisti non riescono mai a trovare la forza per recidere le proprie radici, ma anzi s’impantanano ancora di più in esse, e la dimenticanza tanto anelata diventa presenza soffocante, appiccicosa, lugubre.

E gli sprazzi di luce che s’intravedono attraverso questi strappi interiori sembrano quasi le linguacce di una divinità cinica e apatica quanto i suoi adepti.