Un corpo perfetto può essere pericoloso, dice una scritta sulla copertina dell’edizione italiana del romanzo, piazzata sulla parte in ombra di una foto che ritrae un ragazzo seduto di spalle con aria assorta e un po’ emo.
Probabilmente una roba piazzata lì per vendere, ma che assolutamente con la storia raccontata da Joyce Carol Oates c’entra poco o nulla.
Perché tra tutte le cose pericolose di cui parla il romanzo, il corpo è proprio l’ultima.

Sexy è una storia che parla di come anche le non-azioni portino a delle conseguenze, insegnando che non sempre (quasi mai) ci si può tirare fuori dalle cose e che le categorie ‘giusto e sbagliato’ sono opinabili, e ambigue.
Soprattutto ambigue, e in quest’opera, considerando la sgradevolezza della vicenda, dei personaggi e del contesto in cui questi si muovono, le suddette coordinate morali risultano molto più ambigue che altrove.

Dico subito che a mio parere Sexy non è il romanzo migliore della Oates: non si avvicina minimamente alle voragini scintillanti di Blonde (dove tragedia personale e conformismo sociale vanno allegramente e tetramente a braccetto) o Una Famiglia Americana (traduzione discutibile per un romanzo capace di racchiudere un macrocosmo in un microcosmo), ma ha una grazia e una compassione che trafiggono il cuore.
Ed è proprio la potenza della voce della Oates a disegnare le coordinate del romanzo, che, in soldoni, racconta le vicessitudini di un ragazzo terrorizzato da se stesso e moralmente vigliacchetto, invischiato suo malgrado in una vendetta meschina che si conclude in tragedia e in una tardiva, parziale e immatura presa di coscienza; una storia come se ne sono viste molte, insomma, ma, ribadisco, raccontata con quel carattere spietato e comprensivo che caratterizza quella che, ormai, è diventata una delle mie scrittrici preferite.

Il fatto che Darren sia un nuotatore è particolarmente ironico, dato che viene descritto come il classico pesce fuor d’acqua: eternamente scontento di sé, gravato da aspettative pressanti quanto nebulose, timoroso di muoversi verso qualsiasi direzione, perché non esiste acquisizione che non comporti una perdita; e il corpo di Darren, perfetto e scolpito quanto succube di piccoli problemi cutanei dovuti allo stress, è solamente il catalizzatore di una vicenda interiore che, come accade sempre nei romanzi della Oates, rivela a chi la vive le ipocrisie e i meccanismi inautentici di uno spietato contesto sociale.

La filosofia va bene per i perdenti; se sei un vincitore non hai tempo per queste stronzate, riflette l’allenatore di Darren prima di una gara importante; ma di fatto l’eccellenza del vincitore, in una determinata situazione, non è altro che il più supremo dei conformismi, di fronte al quale si può decidere di restare ciechi o aprire gli occhi; e il dedicare la vittoria al paria (come appunto fa Drren quasi alla fine, quando tutto è oramai perduto) è un piccolo ma deciso passo in questa direzione, un’alzata di testa inutile ma al contempo necessaria, ma, più di tutto, consapevole.

Concludendo, se posso dare un piccolo consiglio a chi volesse leggere questo romanzo, ecco, non giudicate, non cercate buoni e cattivi, perché anche l’ipocrisia può essere un modo per mascherare il dolore, il sensi di fallimento, la paura; e perché potrebbe essere difficile staccarsi da un modo di pensare subìto senza essere elaborato, e perché la rimozione è il più umano e istintivo dei meccanismi di difesa: e cos’è in fondo, un gruppo sociale se non un insieme di individui? E non cercate lezioni, o morali che esulino da un autentico e profondo desiderio di capire.
Che poi, a mio parere, è l’obbiettivo che dovrebbe coltivare ogni autore degno di essere definito tale.