È da qualche giorno che sto cercando un modo di esternare al mondo la mia profonda delusione sulla settima serie del Trono di Spade, cercando di collocarla in un contesto più specifico del generico “colpa del fanservice”, o “troppi draghi e poco sesso/morti illustri”, o “è diventata prevedibile”, o “è scritta sempre più con i piedi”, o (e qui si va sul personale) “mi hanno lobotomizzato Ditocorto e poi me lo hanno fatto fuori nella maniera più indecorosa immaginabile”. Cose che sono vere, ma non sono la causa profonda e autentica del mio disamore, che ha cominciato a manifestarsi verso la quinta stagione, per poi svilupparsi nella sesta (che ho visto a pezzi e bocconi) ed esplodere in questa settima, il cui andazzo non mi fa ben sperare per una chiusura di serie decente.
O, almeno, decente secondo i miei standard.
Comunque, dicevo, stavo rimuginando sul mio personale motivo di delusione (ho l’abitudine, nelle piccole cose come nelle grandi, di rendermi sempre chiari, o almeno provarci, i perché dei miei sentimenti e delle mie emozioni, sennò questi prendono il sopravvento e allora sono cazzi), sbattendo la testa di qua e di là, quando la luce mi è arrivata, come molto spesso accade, da un libro: L’artista del coltello di Irvine Welsh (edito da Guanda).

Ne L’artista del coltello Irvine Welsh riprende la figura di Francis Begbie, l’alcolizzato sociopatico di Trainspotting e Porno, e lo fa diventare il protagonista di una strana storia tra il noir e il romanzo di formazione: il nostro, che adesso si chiama Jim Francis ed è astemio, che vive in America ed è un marito e un padre amorevole nonché uno scultore di successo, deve tornare a Edimburgo per il funerale di un figlio, nato da una vecchia relazione e mai frequentato, assassinato da non si sa chi. E decide di scoprire cosa è successo davvero.

Nella quarta di copertina del libro c’è un commento del Times, che dice che si prova un piacere oscuro, speciale, nel leggere questo libro; in realtà, almeno secondo me, si tratta del semplice ma succulento godimento che si prova nel leggere la storia di un uomo che si barcamena con scaltrezza e abilità nelle circostanze, che impara a prendere vantaggio dalle proprie debolezze e che finisce per riconoscersi in quello che è, nel bene e nel male.
Perché Welsh non dà giudizi morali, riguardo a niente, e si limita a seguire, con simpatia e inquietudine, il suo protagonista e le sue indagini, alternando la narrazione principale ad incursioni nell’infanzia complicata e nella conversione a brava persona (forse un po’ meccanica, ma molto meno svenevole e scontata di quanto temessi); e allora si ribadisce che ogni azione, e ogni non-azione, ha le sue conseguenze, che il mondo è quello che è e non si può pretendere che sia come noi lo vogliamo, che bisogna sempre cercare di essere onesti con noi stessi senza mascherarsi dietro a qualsivoglia ideale e, soprattutto, che è cruciale, per vivere una buona vita, imparare a distinguere tra la crudeltà, che è dannosa e indice di fragilità, e spietatezza, che talvolta è l’unica cosa che ci permette di tagliare i ponti con ciò che ci danneggia.

Il fatto è che tra giusto e sbagliato ci sono una serie di sfumature, ed una delle materie narrative più interessanti (almeno per me, ovvio) è il modo in cui tali sfumature s’intersecano con altre cose che hanno anche loro una serie di sfumature, come l’odio e l’amore, la colpa e la redenzione e il perdono, il giudizio e la comprensione, l’essere fedeli a se stessi e il tradirsi.
Voglio dire, alla fine è la vita che funziona così, o almeno il vivere la vita in maniera attiva, ovvero tentando di stare a galla e crescere, evolvere, senza cercare un senso alle cose, ma provando a dare un senso a noi stessi in mezzo a quelle cose.

E qui torniamo al Trono di Spade. O, meglio, a quel che non mi soddisfa degli ultimi sviluppi della serie (non ho letto i libri): il fatto che, dato che si sta preparando uno scontro diretto che vede i buoni combattere contro i malvagi, ogni ambiguità morale venga sacrificata al fine di un probabile trionfo di determinati valori. Lo vedo come un ritorno all’ordine (ordine che non c’è mai stato sul serio, oltretutto, e che quando veniva abbozzato puzzava molto di sopraffazione) che mi sembra soffocante, angusto e povero, molto incoerente con quelle che erano le premesse di tutto l’ambaradan e tragicamente privo di una qualche visione non dico filosofica o esistenziale, ma anche solo banalmente autoriale.
Non è casuale che tutti i personaggi dotati di una qualche ambiguità (e che muovevano la trama) vengano fatti fuori in fretta e furia e alla cazzo di cane (la famiglia Tyrell tutta, Ditocorto), perché è chiaro che, in vista della chiusura, la trama debba convergersi in un punto focale che deciderà le sorti del tutto. Quel che dico io, però, è che c’è modo e modo di tirare alla fine, e buttare all’aria l’elemento che rendeva la serie davvero interessante e godibile non so se sia il modo migliore.

Il fatto è che Il Trono di spade mi piaceva perché mi sembrava una serie senza preconcetti, che raccontava vicende in cui i personaggi che volevano cavarsela erano costretti ad abbandonare ogni illusione su loro stessi: ogni grande ideale aveva il tanfo dell’ipocrisia, tanto più che un sentire nobile non era necessariamente specchio di azioni nobili, anzi.
Il Trono di spade mi sembrava essere una serie molto propensa alla demistificazione, al ghigno beffardo verso ogni prosopopea morale, verso ogni retorica della giustizia, verso ogni cosa che di per sé si presta a libere interpretazioni, ritorsioni e utilitaristico sfruttamento. L’assenza di confini netti tra bene e male era quello che rendeva la serie viva, e i suoi protagonisti erano e imprevedibili perché obbligati a muoversi in un contesto ostile, che deve essere letto, e interpretato, con sufficiente elasticità al fine della propria sopravvivenza.
Il caos non è un pozzo ma una scala, spiega Ditocorto durante la terza stagione, e la scala è l’unica cosa reale; e da parte mia penso che avventurarsi su per la suddetta scala sia l’unica cosa da fare, se non si vuole essere vittime delle circostanze. Ed era questa visione pratica, realistica, scevra da sovrastrutture e sentimentalismi che rendeva il Trono un qualcosa di inquieto, e speciale.

E adesso quello che abbiamo davanti è semplicemente un nemico ben identificato da distruggere (oddio, Varys e Tyrion potrebbero riservare qualche sorpresa, ma ci credo poco), un sistema di valori ben solido e il bene e la giustizia che alla fine trionferanno.
Olé.
(Speriamo solo che sia una cosa veloce)