Di notte, sul ponte. Ryūnosuke gettò le rose avvizzite nelle acque scure e ribollenti. Poi, con le dita nelle orecchie, le dita sugli occhi, Ryūnosuke maledisse Momotarō, maledisse il corvo Yatagarasu.
E poi maledisse se stesso…
E Ryūnosuke pregò,
il suo biglietto in mano.
Ryūnosuke pregò e pregò che nessun uccello venisse a disturbare i rami di quell’albero. Che nessun bambino nascesse mai più dalle pesche.
Ciò che desideri non lo devi desiderare.

Ho letto Fantasma di David Peace (edito da il Saggiatore) qualche tempo fa, e ne parlo solo ora per due motivi: 1) ho in canna Rashomon e Altri racconti di Akutagawa Ryūnosuke, che è il protagonista dei quattro racconti di Peace 2) Fantasma è una raccolta che va introiettata per bene tanto è bella, ed è capace di regalare scampoli del suo fascino anche a distanza di tempo, nel mio caso di mesi.
Aldilà della figura tangibile dello scrittore (morto suicida all’età di trentacinque anni), quello che colpisce e contagia è che Fantasma ha un carattere sovraeccitato e iperensibile, come stimolazioni elettriche alle terminazioni nervose dell’immaginazione. Come un incubo.

Ryūnosuke non credeva al resoconto ufficiale. Ryūnosuke credeva che il terremoto non si sarebbe mai fermato. Che il disastro doveva ancora avvenire.

L’inquietante fascino di Fantasma si gioca nello scarto tra il nitore e la luminosità delle percezioni di Akutagawa Ryūnosuke e la torbida complessità e ambiguità delle cose in loro stesse; il tutto provoca una sensazione di sdoppiamento talvolta paranoide, sempre appiccicosa, dove curiosità e diffidenza verso l’esterno (ed anche verso l’interno) dominano e permangono anche a libro chiuso. Mi viene in mente Dostoevskij quando parla dei colori che aumentano d’intensità prima di una crisi epilettica, oppure Colin Wilson quando descrive le esplosioni di gioia totalizzante e convulsa che spezzano l’angoscia esistenziale di ogni outsider, perché in Fantasma c’è un’esplosione di ricettività, come se le vibrazioni esteriori entrassero direttamente nei pori del protagonista e che questo li rielaborasse e li rimandasse all’esterno, in un continuo e reciproco riverbero febbricitante.

Ryūnosuke incominciò a pensare che ogni singola cosa fosse una menzogna. L’economia, la politica, la scienza, persino l’arte: tutto era come uno strato di pelle chiazzata che nascondeva questa vita in tutto il suo orrore.

Quella descrittada Peace è una realtà ambivalente, ingannevole, fumosa, porosa, fantasmatica essa stessa, e tuttavia affascinantissima, stimolante per i sensi della mente, da questi plasmabile e su questi sovrana. È come se tutto perdesse di solidità e i confini si rivelassero illusori, e i tradizionali mezzi percettivi facessero spazio a sensibilità più estese, ingovernabili, e per questo spaventose. Le creature inventate dal protagonista Akutagawa Ryūnosuke prendono possesso di lui e gli risucchiano l’anima, e al contempo gli danno vita, e quella che viene raccontata è un’apocalisse percettiva, magnifica, seduttiva e perturbante.

«Solo l’uomo che governa la sua mente può aspirare alla santità» disse A. «Ma l’uomo che non controlla la sua mente diventa un demone.»

Il sovrannaturale diventa questione di nervi, che sono ingovernabili, e pertanto inaffidabili; ma l’orrore contiene anche il suo contrario, ovvero la meraviglia, e lo stupore davanti alla stratificazione e al carattere magico di questo nuovo e familiare mondo sconosciuto, al quale ci si rapporta solo ed esclusivamente tramite l’esperienza stessa.
Il non plus ultra dell’incanto più tenebroso. E dell’incatenamento più struggente.