Ogni volta che leggo un libro di Joyce Carol Oates mi riprometto sempre di non scriverne, perché mi rendo conto di essere stucchevole. Ma poi c’è un qualcosa che cattura la mia attenzione (e il mio cuore) e allora tutti i buoni propositi vanno allegramente a farsi benedire.

Mistrial (edito da Leconte), di per sé, è un racconto cupo e divertente, carico di deliranti presagi, una cronaca di solitudine assoluta e totale, farcita di disprezzo e derisione, ridicola e commossa; com’è ovvio, si tratta di una storia meno strutturata e imponente dei romanzi, ma altrettanto acuta nel rendere uno stato di alienazione di cui nessuno si cura e che nessuno prende sul serio; ma la vera chicca, il pezzo di valore che dà il battito al volume è l’intervista in appendice al racconto, nella quale l’autrice offre il suo punto di vista sullo scrivere e sulla vita.

Più di tutto mi affascina la personalità umana con le sue incredibili trasformazioni, e tendenzialmente rimango incantata da come una storia – una “trama”- riesca a entrare nelle vite delle persone e, al pari del gigantesco serpente marino che avvinghiò nelle sue spire Laocoonte e i suoi figli, a trasformarle e trasformarci completamente.

Ne emerge una persona per la quale tutto è letteratura e la letteratura è tutto, una persona per la quale ogni fatto può essere ricondotto a un precedente archetipico per diventare una storia universale, nella quale il percorso individuale diventa percorso collettivo, da riferire con voce empatizzante, coinvolta e imperturbabile.
Scrivere e vivere si sovrappongono, anzi, scrivere significa leggere la vita nella sua forma più essenziale, scarnificandola di tutti gli orpelli, le contingenze, i dettagli, e considerando la sincerità elemento fondamentale e urgente di ogni composizione letteraria.

Questa intervista io l’ho letta tre volte, e tre volte mi ha lasciata stupefatta e accolta.
Joyce Carol Oates ne emerge come una donna lucida, un po’ cinica, che affronta con placidità e buon senso le normali seccature che le capitano, concentrata sulla sua opera e curiosa dell’opera altrui, costantemente a caccia di materiale per produrre qualcosa di onesto, e propensa a godersi il bello, a cercarlo, a raccontarlo, e a coglierlo in tutte le sfumature e i travestimenti in cui si pone.

Quel che mi esalta è la celebrazione-evocazione o rievocazione di un luogo, attraverso il linguaggio. Significa farne nuovamente esperienza, questa volta in maniera molto più intensa rispetto a quando lo si è sperimentato soltanto come paesaggio.

L’appendice di Mistrial vivifica e chiarisce l’approccio autoriale della scrittrice, e lo rende ancor più misterioso. L’atto di scrivere appare estremamente concreto, sensuale, e, nello stesso tempo rigoroso, essenziale, addirittura ascetico, come a voler esprimere un esserci e al contempo una distanza da questo senso di presenza, un qualcosa di molto simile a un atto meditativo, dove l’unico elemento basilare, quello da cui partire e al quale aspirare, è la purezza del gesto.
E scrivere diventa una cosa che si è, con un misto di incanto, scetticismo e impudenza.