Laploshka era uno degli uomini più malvagi che abbia mai incontrato, e probabilmente uno dei più divertenti. Diceva cose orribili sulle persone, ma in maniera così affascinante che lo perdonavamo per le cose altrettanto orribili che diceva su di noi alle nostre spalle. Chi ha in odio i pettegolezzi maligni prova sempre gratitudine verso chi li racconta al posto suo, e bene. E Laploshka in questo eccelleva.

Racconti di Saki (il Saggiatore), nome d’arte di Hector Hugh Munro, sono opere spumeggianti, frivole e leggere, sempre caratterizzate da un’aura nerissima e feroce che, quando viene lasciata scorrere a briglia sciolta è capace di regalare opere perturbanti (Gabriel-Ernest, forse il mio racconto preferito, che narra di un sensualissimo licantropo preadolescente che si nutre di neonati, o Una vita alla Meppin, in cui una giovane donna distrugge, con il sorriso sulle labbra, le illusioni di una ricca zia), cattivissime (La penitenza, in cui due bambini impongono un’espiazione quasi inumana all’uomo che ha per errore ucciso il loro gatto, Sredni Vashtar, nel quale un bambino si rivolge a una divinità per difendersi dalle angherie della sua tutrice), o crudeli, nella sfumatura più brutale del termine (Esmé, un racconto difficilissimo da riassumere e che mi ha fatto crollare la mascella, e Gli intrusi, in cui due mortali nemici si riappacificano per poi venire sbranati dai lupi).

Quel che mi sono chiesta, durante la lettura di tutta la raccolta, è che cosa avesse lo scrittore da essere così incazzato con il mondo. E non si tratta di un’incazzatura adolescenziale e rancorosa, ma di una rabbia e una ferocia assunte come dati di fatto, forse nate da un dolore intimo e usurante. Il mondo di Saki è una giungla, in cui si è o carnefici o vittime, dove al posto delle liane ci sono le buone maniere e al posto delle zanne le cariche pubbliche o i titoli nobiliari. Anche i rapporti sociali più innocenti si risolvono sempre in una sorta di gioco al massacro, e un esito in cui si vince entrambi sembra più frutto del caso che dell’umana volontà.

So che se io costituissi la portata principale di un banchetto di cannibali mi irriterei orribilmente se qualcuno non mi trovasse abbastanza tenero, o troppo frollato.

Sembra che dalla cattiveria non si possa fuggire se non attraverso l’esercizio di un cinismo autarchico e consapevole, uguale e contrario alla crudeltà sociale, magari rafforzato da una derisoria scrollata di spalle, e corroborato dall’esercizio della sprezzatura. Questo perché Saki non contrappone niente alla ferocia quotidiana (come invece faceva Maugham, in cui l’atto di gentilezza gratuito, o l’amore, è un qualcosa di rivoluzionario, magari incapace di salvare il mondo ma in grado di arricchire la vita di chi lo esercita – e tanto basta), ma si limita a descriverla, senza metterla in discussione, limitandosi a una simpatica solidarietà verso il più furbo e immorale, che esce vincente dalle varie situazioni raccontate.

Da parte mia, devo ammettere che, sotto un certo punto di vista, la filosofia etica di Saki mi piace assai: niente mi dà sui nervi come il buono che trionfa sulle circostanze in quanto buono, o nobile di sentimenti, o cose così; tuttavia, non posso evitare di trovare tale mappatura della vita priva di complessità. Voglio dire, non mi pare questo gran risultato essere la belva più temuta della giungla, alla fine.
E a livello narrativo, il problema è che se le storie più riuscite di Saki sono quelle che spingono il meccanismo della crudeltà all’eccesso, arrivando a dei tocchi di grottesco scatenati, acutissimi e sinceramente disturbanti, quelle meno riuscite non riescono a staccarsi dal bozzetto, dal ritratto sociale arguto e tagliente; il che va benissimo, ma non rimane attaccato addosso, scatena più reazioni che riflessioni e rimane come una creatura svalvolata ed eccentrica che può essere interessante, magari addirittura affascinante per certe pupille (come le mie, ad essere onesta), ma legata al suo tempo, e alle sue circostanze. Un qualcosa per cui si nutre affetto, ma dal quale si rimane distanti, salvo pochissimi punti di contatto.