Eclissi racconta un’agnizione, un momento che folgora una vita intera e la riassume, illuminandola da una nuova direzione, rischiarando le zone d’ombra, investendo l’illuminato di quella consapevolezza che, ad averla avuta prima, avrebbe reso tutto diverso.
Il segreto su cui s’indaga per tutto il romanzo, quella domanda che il protagonista Eugenio Akron sente di doversi porre, gira attorno a un nocciolo d’intimità straziante e di cecità inconsapevole nei confronti di una vita scivolata attraverso binari dati per scontati, accompagnata da una tragedia per troppo tempo soffocata, che implora a gran voce di essere riconosciuta, vista, accettata, portata alla luce.

Eugenio Akron è un architetto al crepuscolo della vita alla ricerca di uno specifico quesito che dia la giusta direzione a tutto ciò che è stato, di quell’interrogativo (con conseguente risposta) atto a mettere a posto l’intero edificio della propria vita. Occasione di tale indagine e della sua risoluzione è un’eclissi totale di sole, un momento di completa oscurità che gli permetterà di entrare in sincero e completo contatto con se stesso, e di trovare quella domanda che costituirà un’univoca e inequivocabile chiave di lettura a tutta la sua esistenza.

Akron restava convinto che, se gli fosse riuscito di formulare al momento giusto la giusta domanda, la domanda perfetta, penetrante e temprata come una punta d’acciaio, ripulita di tutti i suoi peli superflui dal rasoio di Occam, allora la risposta a tutte le domande possibili sarebbe subito rimbalzata a lui come un raggio dallo specchio del mare.

Ezio Sinigaglia racconta una storia dai tempi meditativi, verticale e profonda, precaria come la vita del suo protagonista, come i pensieri che noi nutriamo sul nostro percorso esistenziale e su noi stessi, sulla nostra identità. L’oscurità, la scomparsa del sole, è lo spazio, la dimensione in cui tutto si sospende: un non-luogo e un non-tempo privo di certezze, in cui la verità ha pieno agio di spalancarsi, rivelandosi con una chiarezza abbacinante e insostenibile, universale e intima, talmente delicata da riuscire a distruggere tutto, allargando e allo stesso tempo soffocando ogni spiraglio.

Durante l’attesa dell’eclissi, Eugenio vive un momento di apertura, di scambio, in una contaminazione di lingue, di vite, di abitudini e di accenti, in un’isola aspra ed essenziale che facilita una sospensione del consueto vivere, un momento in cui tutto viene messo in discussione, e ci si prepara a quello che dovrà accadere. E Akron viene messo per gradi in connessione con se stesso e con il suo passato, preparato da compagni come la signora Hagen, Kurtli e, soprattutto, Mrs Wilson, che lo conducono (e ci conducono) per mano e con dolcezza in questa dimensione altra, che è al contempo estranea e familiare, minimale e ricca, confortevole e inquietante, ma soprattutto impregnata di quel mistero che siamo noi davanti ai nostri occhi.

Sentì un capogiro violento che, nell’oscurità, lo fece quasi cadere, e poi quel morso di belva nel petto. Capì: si piegò in avanti, si aggrappò a sé stesso, come un duro, muto, ottuso basalto. S’impietrì nell’attesa, e pensò che era un bene.

Eclissi ci mostra la preparazione e lo svolgimento di una cerimonia di vita e di morte che non coinvolge solo il suo protagonista, ma che richiede anche la partecipazione del lettore come testimone, officiante e vittima; un rito dall’esito totale, definitivo, soverchiante, annichilente e purificatore, davanti un sole oscuro che illumina domande e risposte di una luce essenziale quanto incomunicabile.